Kosovo, nuovo giro di colloqui. Posizioni distanti come sempre

L’incapacità di arrivare a una soluzione negoziata non sta certo favorendo la stabilità del Kosovo. La comunità maggioritaria albanese attende con ansia il riconoscimento dell’indipendenza della regione, mentre tra i sopravvissuti dell’ampia comunità serba pre-1999 prevale il pessimismo per un futuro che sembra già scritto. Nessuna delle due parti, tuttavia, sembra disposta ad accettare passivamente un esito sfavorevole dei negoziati che riprenderanno oggi a Vienna. Entrambe le comunità sono ben armate e pronte a intervenire. Una riviviscenza del conflitto, come avvenne nel marzo 2004 (19 serbi uccisi), viene messa nel conto delle ipotesi dalle diverse organizzazioni internazionali presenti sul territorio e dalle stesse Nazioni Unite che negli ultime settimane hanno deciso di impiegare nuovo personale di polizia a Mitrovica e lungo il confine con la Serbia.

Proprio la questione delle minoranze e della loro tutela formerà l’oggetto di discussione della tornata negoziale odierna. Ma le aspettative non sono incoraggianti, soprattutto se si guarda al passato più prossimo. A fine luglio, sempre in Austria, si è tenuto lo storico incontro tra i massimi esponenti del governo di Belgrado e di quello locale di Pristina. Il primo vertice a questo livello dalla fine dei bombardamenti nato del 1999, il cui esito può essere riassunto nelle parole del mediatore Onu Martti Ahtisaari: «Belgrado è disponibile a concedere qualsiasi cosa, fuorché l’indipendenza. Pristina non vuole nulla, tranne l’indipendenza». Alla comunità internazionale spetta il compito – a dir poco arduo – di riavvicinare queste due posizioni.

Formalmente il Kosovo (come riconosciuto dalla risoluzione 1244 dell’Onu) fa tuttora parte della Serbia, ma dal 1999 è stato posto sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite. In sette anni le carte sul tavolo sono molto cambiate: la comunità serba è stata ridotta a circa centomila individui, che vivono rinchiusi nelle enclave sorvegliate dai militari Nato, mentre gli albanesi (più dell’ottanta per cento della popolazione) hanno di fatto assunto il controllo del governo locale e delle istituzioni. «La volontà di indipendenza (degli albanesi, ndr) non può essere ignorata, né costituire oggetto di trattativa», ha dichiarato al termine dell’ultimo vertice il presidente della provincia Fatmir Sejdiu. «L’Indipendenza è l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine della nostra posizione». A rispondergli è stato il primo ministro di Belgrado Vojislav Kostunica, che ha offerto in cambio «una sostanziale autonomia», spiegando che la Serbia «non può accettare la creazione di un nuovo stato sul 15 per cento del suo territorio». Il premier è tornato sull’argomento nei giorni successivi per meglio chiarire la sua posizione, anche di fronte alle pressioni di Bruxelles, spiegando che il processo di adesione Ue non prevede «concessioni territoriali» e, pertanto, «non può essere chiesto alla Serbia di fare nulla di questo tipo».

Di fronte a una distanza che pare abissale, la comunità internazionale si tiene attaccata a pochi punti fermi stabiliti dal Gruppo di contatto (Usa, Francia, Russia, Italia, Germania e Gran Bretagna): nessuna divisione del Kosovo; no al ritorno allo status pre-1999; no all’unione del Kosovo con un altro Stato. Ufficiosamente lo stesso gruppo (con l’esclusione di Mosca) ritiene probabile la futura indipendenza della regione. Viste le frizioni attuali, però, nessuno ha intenzione di forzare la mano e solo in pochi credono di arrivare a una soluzione definitiva entro l’anno, com’era stato invece annunciato a febbraio. Piuttosto l’invito – ribadito proprio in questi giorni dal mediatore Ahtisaari è a non interrompere il filo dei colloqui, magari mettendo da parte la questione più importante (lo status definitivo) e concentrandosi invece sulle questioni tecniche. Impegno che le due parti si assumeranno già da oggi durante la ripresa del negoziato viennese.

In attesa di certezze, l’Unione europea non aspetta e guarda, anzi, più lontano: per non escludere il Kosovo dal processo di Stabilizzazione e Associazione relativo a tutti i Balcani, Bruxelles ha previsto uno strumento ad hoc, chiamato Stabilization and Association Tracking Mechanism (Stm). secondo quanto anticipato dall’Osservatorio sui Balcani, in attesa di conoscere lo status definitivo dell’area, la Commissione ha avviato con Pristina una serie di incontri bilaterali (il primo lo scorso 14 luglio) in cui verrà delineato il piano di riforme per il successivo processo di adesione europea.

Perché il piano Ue riesca, non dovranno verificarsi le previsioni meno ottimiste fatte in questi mesi da analisti e organizzazioni internazionali, come quella contenuta in un rapporto Onu (reso noto a fine maggio) in cui sui parla – in caso di indipendenza – di un flusso di decine di migliaia di profughi serbi. Le Nazioni Unite non nascondono la propria preoccupazione e già da ora hanno inviato nuove truppe per meglio gestire i temuti disordini.

E gli attori sul terreno non lanciano segnali tranquillizzanti. L’ultimo arriva dal movimento Vetevendosje (autodeterminazione), che spinge appunto per la proclamazione dell’indipendenza da parte dei kosovari e lo scorso 24 luglio – in contemporanea col vertice di Vienna – ha organizzato a Pristina una manifestazione a cui hanno partecipato migliaia di persone. Secondo il suo leader Albin Kurti non è nemmeno il caso di attendere i farraginosi colloqui austriaci. «I politici che sono andati a Vienna – ha chiarito al termine del corteo – sono pronti a offrire il Kosovo alla Serbia».