Kosovo, la rabbia dei serbi

Manifestazioni in tutta la provincia per l’uccisione di due giovani sabato notte

Da Kosovska Mitrovica a Gracanica passando per Strpce. Il Kosovo serbo scende in piazza e protesta per la morte di due ragazzi serbi uccisi sabato notte in un agguato vicino al villaggio di Banjica. E mentre il parlamento di Belgrado ricorda con un minuto di silenzio le vittime dell’«attacco terroristico», nella provincia la tensione interetnica sale e la situazione rischia un’altra volta di esplodere. Intanto la comunità internazionale sta a guardare. «Ci uccidono uno a uno». Con questo slogan, centinaia di serbi hanno protestato ieri a Gracanica per l’omicidio dei giovani serbi originari di Strpce, enclave serba a 50 chilometri a sud-est di Pristina. E dopo una marcia nella strade della città, i manifestanti hanno acceso più di un migliaio di candele nel monastero ortodosso per le anime dei serbi assassinati dal 1999 ad oggi. Srdjan Vasic, rappresentante dei serbi della provincia, parlando alla folla ha detto: «Ci uccidono uno a uno da quando sei anni fa nel Kosovo sono state portate pace e democrazia». E ha aggiunto: «Quasi sempre le vittime sono ragazzi e bambini. Colpiscono dov’è più facile e dove fa più male».

Vasic ha chiesto quindi al segretario generale delle Nazioni unite Kofi Annan di sostituire Soren Jesen-Petersen, capo dell’Unmik (la missione dell’Onu della provincia) perché «ha fallito e l’immagine che ha dato del Kosovo è falsa». I dimostranti poi hanno occupato pacificamente la strada Pristina-Gnjilane; non si sono verificati incidenti.

Proteste anche nella parte serba di Kosovska Mitrovica, dove la accuse sono state di nuovo tutte per Petersen: intervenendo in una manifestazione, il presidente della lista serba per il nord della provincia Milan Ivanovic, l’ha invitato infatti a rassegnare le dimissioni giudicandolo «il principale colpevole per l’omicidio di sabato notte». «Petersen, che conduce una politica pro-albanese, ha detto che in Kosovo c’è libertà di movimento, ebbene questa libertà è stata dimostrata dall’attacco che è costato la vita a due giovani serbi», ha dichiarato Ivanovic. Per lui, dietro all’ultimo episodio di sangue c’è una sola regia, quella dell’esercito nazionale albanese (Ana) che «agisce indisturbato grazie all’inazione dell’Unmik».

In realtà molti analisti condividono la sua opinione e pensano che l’Ana – movimento nato dalle ceneri del disciolto Uck che ha come obiettivo la creazione della Grande Albania – voglia pesare sempre di più nella politica regionale imponendo un’escalation della violenza.

Da Kosovska Mitrovica sono arrivate due richieste: l’Onu deve chiudere di nuovo il ponte sul fiume Ibar che separa la parte serba da quella albanese della città, e Belgrado deve concedere ai serbi della provincia il diritto all’autodifesa. E ieri ci sono state proteste anche nell’enclave di Strpce, villaggio delle vittime dell’agguato.

Proprio sulla strada che porta a Strpce da Urosevac, sabato notte Aleksandr Stankovic e Ivan Dejanovic sono stati uccisi in un’imboscata. Secondo l’agenzia di stampa serba Beta, da una Mercedes nera sono partiti alcuni colpi che hanno centrato le gomme della Golf dei giovani serbi. Quindi i ragazzi si sono fermati per cambiare un pneumatico, ma quando sono usciti dalla loro auto una raffica di mitra li ha falciati. Nell’agguato sono stati feriti Nikola Dukic e Aleksandar Janicijevic.

Belgrado chiede ora all’Unmik di fare velocemente luce sull’accaduto e di ripristinare sia la scorta a tutti i convogli serbi, sia i checkpoint all’entrata e all’uscita delle enclavi serbe. «Da quando sono stati eliminati i punti di controllo – si legge in un comunicato del governo – la sicurezza per i serbi è notevolmente peggiorata. L’ultimo atto terroristico dimostra che le autorità provvisorie del Kosovo-Metohija non solo non sono preparate per il processo di decentralizzazione, ma sono lontane anche dal rispetto degli standard» fissati dalla comunità internazionale per avviare il dialogo sullo status della provincia.

Il comunicato ricorda che «solo nel comune d’origine delle vittime 35 serbi sono stati uccisi dall’arrivo delle forze internazionali» nel 1999. E per il premier serbo Vojislav Kostunica c’è solo un responsabile: «le forze Onu che non proteggono la minoranza serba del Kosovo».