Kerry, Edwards e il declino dell’ impero americano

Nel suo ultimo articolo dagli Stati Uniti, Gianni Riotta spiega che i democratici americani guidati da John Kerry, come è più probabile, o da John Edwards (oppure da entrambi come numero uno e numero due) imporranno al Paese a stelle e strisce di abbandonare la propria vocazione imperiale e di rifugiarsi dietro lo scudo del protezionismo. So bene che un impero non lo si fa o lo si disfa nei quattro-otto anni di una presidenza, ma ritengo ugualmente molto positivo che gli Usa abbandonino il progetto di costruire un impero. Tra l’ altro i segni di declino di questo super Stato già si sono visti tutti con la guerra dell’ Iraq e forse un giorno scriveremo che la decadenza dell’ impero americano è iniziata l’ 11 settembre 2001… Gualtiero Falbo Cosenza Caro signor Falbo, effettivamente il dibattito sul cosiddetto «declino dell’ impero americano» è iniziato proprio all’ indomani dell’ attacco alle Torri gemelle. Molti applicano agli Usa la lezione dello storico Edward Gibbon che spiegò il declino dell’ impero romano con l’ eccessivo allargamento dei confini: l’ impero americano, profetizzano, crollerà per gli stessi motivi. Ha però dissentito da questa tesi Niall Ferguson autore di un libro, «Empire», in cui ha messo a confronto l’ impero britannico e quello, «riluttante», degli Stati Uniti. Riluttante perché «agli Stati Uniti – scrive – manca la spinta a esportare i propri capitali, la propria gente, la propria cultura nelle regioni sottosviluppate del mondo che più urgentemente ne avrebbero bisogno e che, se trascurate, potranno generare le più grandi minacce alla sicurezza del pianeta». Secondo Ferguson «l’ America è un impero di fatto anche se non di nome: probabilmente la realtà è che gli americani hanno assunto il vecchio ruolo della Gran Bretagna senza essersi resi conto che ciò comporta un atteggiamento imperiale». Difetti che potrebbero però salvare l’ impero americano da una rovinosa caduta. Non è d’ accordo con l’ applicazione meccanica del teorema Gibbon neanche Michael Ignatieff, allievo di Isaiah Berlin, docente di Politica dei diritti umani all’ Università di Harvard, che pure è perplesso sulla politica internazionale dell’ amministrazione Bush. Nel suo libro «Impero Light» (Carocci) ricorda che nel passato gli imperi sovradimensionati andavano in pezzi perché mancava la tecnologia di comunicazione per coordinare il dominio su territori sempre più estesi o perché la loro economia non reggeva a spese militari crescenti. «Nessuno di questi due vincoli sembra applicarsi agli Stati Uniti – prosegue – hanno una tecnologia di comunicazione adeguata e riescono a sostenere il più vasto bilancio militare della storia dedicandovi appena il quattro per cento del loro Prodotto interno lordo». A me sembrano obiezioni sensate: gli Stati Uniti sono un impero malgrado non abbiano nessuna vocazione a esserlo. Le spinte a rinchiudersi nei propri confini sono ricorrenti, la riproposizione di un’ ideologia del protezionismo è costante, l’ idea di sprecare vite umane ed energie economiche per conquistare aree geografiche all’ altro capo del mondo non è mai stata popolare. Credo perciò che lo scontro tra John Kerry, John Edwards (o entrambi) e George W. Bush non sarà sul tema «impero sì – impero no». E il comportamento degli Stati Uniti sulla scena politica internazionale in caso di vittoria democratica cambierà assai meno di quanto si creda.