Kathmandu assedia il re Gyanendra

Di nuovo una giornata di coprifuoco, di nuovo scontri violenti tra polizia e manifestanti nella capitale nepalese Kathmandu. Come era legittimo aspettarsi, dopo le dichiarazioni immediatamente seguite al discorso di re Gyanendra di venerdì sera, la Coalizione dei Sette Partiti e un po’ tutti i nepalesi hanno accolto l’inconsistente offerta del monarca con un’ennesima, grande manifestazione di protesta che ha avuto il suo apice nel primo pomeriggio di ieri, quando un immenso, pacifico corteo ha attraversato tutto il quartiere turistico di Thamel, con l’intenzione di portarsi al parco di Kirathna, grande area verde non molto lontano dal palazzo reale.
In serata la televisione nepalese ha diffuso la notizia che la Coalizione dei Sette Partiti, dopo una riunione tenutasi nella giornata, ha ritenuto del tutto insufficiente la proposta del re di presentare un premier scelto all’interno della colazione stessa, e l’ha quindi ufficialmente rigettata. La protesta per la democrazia continuerà a oltranza, hanno annunciato, fino a quano il re non accetterà la formazione di un governo multipartitico ad interim – che dovrà includere rappresentanti del partito maoista – il quale attraverso tutti passi costituzionali dovrà condurre il paese a nuove elezioni e quindi a una democrazia multipartitica compiuta.
Il tutto in barba alle reazioni positive di India e Stati Uniti, che già venerdì sera avevano accolto con favore – non si capisce bene su quali basi – il discorso del re.
Hari, che fa parte di uno dei tanti comitati di coordinamento della protesta, va oltre questa posizione: spiega che bisogna pensare a modificare la costituzione per avere una democrazia multipartitica senza monarchia. Considerata l’avversione crescente per la monarchia durante queste settimane, è molto probabile che la posizione repubblicana, per quanto radicale, sia destinata a guadagnare consensi.
E’ ancora con Hari che usciamo dall’hotel all’una del pomeriggio per andare alla manifestazione; è in contatto telefonicamente con la testa del corteo. In Thamel incrociamo subito i manifestanti. Risaliamo il serpente enorme di gente facendo foto e riprese: canti, cori, bandiere del Nepali Congress e del Partito Comunista, slogan contro la monarchia – sono ormai la continua colonna sonora delle manifestazioni – e alcuni cartelli che invitano a non lasciarsi illudere dalle parole di Gyanendra, considerate una conspiracy, un trucco atto solo a conservare il potere. E’ un corteo festoso, pacifico. Dalle finestre gli abitanti gettano acqua per rinfrescare i manifestanti oppressi dal gran caldo, mentre altri distirbuiscono frutta e chapati, il pane – una sorta di piadina asiatica. L’atmosfera è carica di adrenalina, ma la sensazione è positiva; ci sono donne e uomini, perfino bambini lungo le strade. Qualche turista scatta foto e riprende il passaggio del corteo, mentre il grosso dei fotografi e cameramen è sulla testa della manifestazione.
Polizia e soldati sembrano anche oggi voler più che altro controllare il flusso continuo delle persone: non sappiamo se l’ordine di shoot to kill, sparare per uccidere, sia in vigore, ma non ci facciamo illusioni.
Quando giungiamo alla testa del corteo, quasi all’uscita di Thamel, un cordone di militari in assetto pesante antisommossa sbarra la strada. Con Hari ci portiamo oltre il cordone e cominciamo a scattare foto. Sembra che la tensione sia tutto sommato contenuta, alcuni poliziotti parlano con i manifestanti e non c’è, per ora, un confronto aspro. Dopo alcuni momenti di stallo la polizia si sposta e il corteo riesce a proseguire; in tanti pensiamo che forse la mainfestazione di oggi potrebbe davvero essere pacifica.
Illusione ingenua, subito spenta da un secondo cordone molto più massiccio a circa cinquecento metri dal primo. Qui la massa di gente si blocca davanti alla prima di cinque-sei file di militari armati di manganello e fucili lancia-lacrimogeni. Sono circa le 14.30 locali. Oltre il cordone di polizia, dove al momento sono assiepati fotografi ed operatori, c’è l’uscita verso il parco, meta del corteo. Il confronto sale d’intensità, le grida contro il re aumentano, le bandiere si agitano e la gente spinge il cordone. All’improvviso la polizia spara i candelotti lacrimogeni e carica con violenza i manifestanti picchiando durissimamente con i manganelli; un gruppetto si accanisce su una persona a terra, sono almeno in quattro. Il grosso rincorre le persone che fuggono lungo la strada principale e nei vicoli circostanti. I lacrimogeni fanno piangere tutti e ad un certo punto siamo costretti a fuggire anche noi in un vicolo per evitare le bastonate «libere» dei poliziotti. Certo un gilettino fluo con la scritta press farebbe davvero comodo. Ma tant’è.
La prima carica è finita, ritorniamo verso la strada principale. Un ragazzo è a terra sdraiato nel suo sangue, assistito dagli amici, sembra grave. Un altro, con la testa insanguinata, si lamenta appoggiato ad una scalinata. E’ tutto un viavai di persone, giornalisti e fotografi; arrivano le prime ambulanze e si caricano di feriti; ne contiamo almeno una trentina. La strada, dopo un seconda breve carica della polizia, si svuota lentamente, rimangono solo detriti, fumo e un tappeto di ciabatte e scarpe persi dalle gente nella fuga. Anche noi ce ne andiamo, sotto un temporale fortissimo che sembra voler lavare via la violenza selvaggia di questo pomeriggio. Violenza che sembra avviare la monarchia verso un punto di non-ritorno.