Karpinski profumo di capro espiatorio

Il furto d’una boccetta di essenza aiuta la corte marziale Usa a declassare a colonnello la generalessa delle torture. Per gli abusi invece solo «negligenze». Gli altri organizzatori degli orrori di Abu Ghraib restano immacolati

Come previsto, Janis Karpinski, la generalessa «in charge» ad Abu Ghraib e in altre prigioni americane in Iraq, è stata degradata a colonnello e le è stata inviata una lettera con una reprimenda. Ma non perché considerata responsabile delle torture, spiega la sentenza, bensì per «negligenza» nel controllare ciò che accadeva. Dice infatti la sentenza che «sebbene la prestazione del brigadier generale Karpinski sia risultata seriamente manchevole, l’indagine ha determinato che nessuna azione o mancanza di azione da parte sua ha specificamente contribuito all’abuso dei detenuti di Abu Ghraib». La pena, si apprende ancora dalla sentenza, sarebbe stata forse più lieve se scavando nel passato della Karpinski non fosse stata trovata una macchia terribile: anni fa, quando era ancora colonnello, lei prese una bottiglietta di profumo da uno scaffale dello spaccio della caserma in Florida dove all’epoca prestava servizio e aveva «dimenticato» di pagare i 50 dollari che la bottiglietta costava. La cosa non è di per sé grave, convengono gli uomini dell’ispettore generale del Pentagono che hanno condotto l’indagine, ma c’è il problema che lei, in predicato per essere promossa al grado di generale, non aveva detto nulla. E come si sa quella di non dire la verità in quest’amministrazione repubblicana è una cosa di una tale gravità che il sacro principio prevale anche sulla irrisorietà del danno.

E infatti la sua pena è stata formalmente approvata dal presidente George W. Bush, come vuole la prassi, e tutti conoscono la sua assoluta allergia alle bugie. Così, oltre all’accusa di «trascuratezza», la Karpinski si è beccata anche quella di «furto». Nessuna macchia profumata, invece, nell’operato degli indagati che nei ranghi militari si trovano «dalla Karpinski in su».

Il generale Ricardo Sanchez, capo delle operazioni in Iraq; il maggior generale Walter Wojdakowski, il suo vice; il maggior generale Barbara Fast, capo dei servizi di intelligence; e il colonnello Marc Warren, che aveva il compito di «consigliere legale» di Sanchez sono stati tutti scagionati (anche questo era tranquillamente previsto) malgrado la «conseguenza positiva» di questa storia che viene maggiormente sbandierata sia proprio il fatto che in seguito allo scandalo delle torture il Pentagono si è dato delle nuove regole, le principali delle quali sono il «bando» all’uso dei cani durante gli interogatori (tutti ricordono le foto oscene dei cani – animali impuri secondo l’islam – aizzati contro i detenuti nudi e terrorizzati), cioè una cosa che il generale Sanchez aveva autorizzato, e l’obbligo della presenza di un medico durante gli interrogatori medesimi, probabimente per prevenire «incresciose conseguenze», come la trentina di decessi di prigionieri per i quali comunque sono già stati scagionati tutti i possibili colpevoli.«In pratica – dice Neal Puckett, l’avvocato della Karpinski – ciò che loro hanno detto è che l’unico personaggio di alto rango che ha avuto parte nello scandalo delle torture è lei, ma allo stesso tempo dicono che lei non ha avuto nessuna parte diretta». Come si spiega questa contraddizzione? Con il fatto che «condannando ma non condannando» la Karpisnski, spiega il suo avvocato, vogliono fare in modo che «la catena di comando si interrompa con lei». In pratica, è ciò che la Karpinski ha detto fin dall’inizio quando spiegò che il vero inizio di questa storia risale alla tremenda tensione che si era creata nell’agosto 2003, quando ci si era bruscamente risvegliati dalla mission accomplished, «missione compiuta» che Buah aveva annunciato due mesi prima con la sua mascherata sulla portaerei Lincoln. Gli attacchi si susseguivano, gli insurgent sembravano ovunque e l’unico modo per prenderli pareva di conseguenza essere quello di far parlare i detenuti e i responsabili delle prigioni ricevevano enormi pressioni affinché non si andasse tanto per il sottile. Non a caso su questa storia ci sono dei personaggi – gli uomini della Cia e i «contractor» presenti ad Abu Ghraib – che dall’inchiesta sono semplicemente scomparsi.