Kadima alla prova delle alleanze

A tre giorni dall’apertura delle urne in Israele i giochi appaiono fatti. Kadima, il partito del premier ad interim Ehud Olmert, forte del suo piano di «disimpegno » unilaterale dai palestinesi, ovvero di annessione ad Israele di ampie porzioni di Cisgiordania di costituzione di cantoni palestinesi, continua a riscuotere ampi consensi tra gli israeliani. Nonostante il calo subìto in queste ultime settimane, il suo vantaggio rimane ampio sui laburisti di Amir Peretz e il Likud di Benyamin Netanyahu. Secondo i sondaggi pubblicati ieri dai due principali quotidiani Maariv e Yediot Ahronot, Kadima riceverà 37 seggi (su un totale di 120) mentre i laburisti il Likud non andranno oltre rispettivamente 20-21 e 14-15 seggi. Il dato significativo è che la lieve emorragia di voti che ha leggermente ridimensionato Kadima non è andata ad accresce i consensi per gli altri due partiti principali, ma invece sarebbe appannaggio dei partiti ultranazionalisti religiosi ortodossi. In modo particolare Israel Beitenu (destra russofona) di Avigdor Leiberman che vuole ridisegnare radicalmente confini di Israele nella zona adiacente al nord della Cisgiordania, in modo lasciare al di là del muro di separazione circa mezzo milione di palestinesi con cittadinanza israeliana che vivono in quell’area (tutti gli altri, invece, dovrebbero giurare fedeltà piena a Israele perderanno i diritti politici). In recupero appare anche lo Shas (ortodossi sefarditi) grazie agli ammonimenti del suo leader spirituale, il rabbino Ovadia Yossef, secondo il quale chi voterà per le liste laiche andrà all’inferno mentre il paradiso è garantito a coloro che 28 marzo sceglieranno il suo partito. Così giunti quasi al termine di una campagna elettorale fiacca, senza spunti di rilievo, ed ormai deciso il risultato del voto, l’incertezza riguarda solo le alleanze di governo che Olmert proverà a stabilire dopo il voto, sulla base del suo piano unilaterale per la Cisgiordania. Davanti a sé il futuro premier ha la possibilità di un patto col partito laburista di Amir Peretz – che non a caso continua a rimanere ambiguo sul piano di «separazione » dai palestinesi – ma dovrà necessariamente cercare altri alleati se vuole costituire una maggioranza solida. Olmert, secondo gli analisti israeliani, punterebbe ad una maggioranza di almeno 70 seggi per essere sicuro di portare avanti senza intoppi il suo programma e potrebbe rivolgersi anche a Lieberman. Quest’ultimo, astutamente, da un lato condanna la possibile evacuazione di alcune colonie ebraiche dalla Cisgiordania come propone Olmert, ma dall’altro non esclude una sua partecipazione al futuro governo. In sostanza se il futuro premier accettasse l’idea dell’espulsione di mezzo milione di arabi, Israel Beitenu potrebbe garantire sostegno pieno ad un ritiro parziale di soldati e coloni israeliani dalla Cisgiordania. Lieberman peraltro non ha aderito al «blocco delle destre », proposto da Netanyahu per tentare di far naufragare i progetti di Olmert. Peretz che da tempo sa – dichiarazioni elettorali a parte – che non sarà lui a formare il prossimo governo, ora si sta concentrando su quali ministeri chiedere nei negoziati con Kadima. Il Labour pretenderà le Finanze – in modo da metter fine alla politica liberista di questi ultimi anni e privilegiare poveri e disoccupati – ma anche i ministeri dell’Industria, del Lavoro, della Giustizia e l’Agricoltura. Kadima in ogni caso non rinuncerà in alcun caso al ministero degli Esteri e Olmert ha già annunciato che a guidarlo sarà ancora Tzipi Livni. Le aspirazioni di Peretz si scontrano tuttavia con le pressioni dell’ex leader laburista Shimon Peres, ora «numero due» di Kadima, tenacemente contrario all’idea che ad occupare un ministero tanto importante come quello delle Finanze sia proprio colui che lo ha sconfitto alle primarie laburiste dello scorso autunno.