Kabul, se la Nato trucca le carte

L’esercito statunitense e i grandi media continuano a lodare la precisione chirurgica garantita dalle bombe di nuova tecnologia e a condannare le morti e la violenza derivanti dagli attacchi suicidi. Ma un’analisi dei numeri e delle informazioni provenienti dal teatro afghano rivela che, in realtà, per i civili afghani una bomba di precisione statunitense è ben più mortale di un’autobomba talebana, se si prendono in considerazione i costi dei due tipi di bombe. Dopo tutto, una delle principali giustificazioni allo sviluppo delle armi cosiddette di precisione è che spendere di più per lo sviluppo e la produzione di queste armi vale la pena, visto che esse salverebbero vite di innocenti in prossimità degli obiettivi militari dell’attacco; insomma, si comprerebbe una maggiore precisione, a caro prezzo. Un prezzo irraggiungibile per i più; Mike Davis ha in effetti affermato che l’autobomba è l’aviazione militare dei poveri.
Le conseguenze di una tecnologia non possono essere separate dai contesti sociali, culturali ed economici nei quali essa è impiegata. Nessuno nega che la tecnologia di precisione delle bombe «intelligenti» sia ben più precisa delle precedenti bombe «stupide» (ad esempio quelle usate nel corso delle guerre in Indocina). Ma la decisione degli strateghi militari di Usa e Nato (e recentemente di Israele) di bombardare aree ricche di presenze civili rende queste bombe di precisione altamente imprecise e viola le norme internazionali che regolano la condotta bellica.
Nel quinto anniversario dell’11 settembre diversi articoli sui grandi media hanno tentato la conta dei morti nei principali attacchi suicidi avvenuti in Afghanistan. Si tratta spesso di calcoli inadeguati. Uno studio più accademico è stato compiuto da Hekmat Karzai (cugino di Hamid) e Seth Jones sotto gli auspici della Rand Corporation e comprende un «database degli eventi terroristici». Gli autori così elencano il crescere della spirale di attentati suicidi in Afghanistan: uno nel 2002, fallito; 2 nel 2003; 6 nel 2004; 21 nel 2005; 43 fra gennaio e agosto del 2006. Di questi attacchi nel corso degli anni, 15 si sono verificati sono a Kandahar, 12 a Kabul, 3 a Khost, il resto in altre province.
Per il periodo gennaio 2005- 28 agosto 2006 la Reuters riferisce di 64 attacchi suicidi con 181 persone morte (escludendo gli attentatori) e 273 ferite. Tutte le fonti concordano nel sostenere che questi numeri sono destinati a crescere. Gli attacchi suicidi e gli ordigni esplosivi improvvisati sono un’efficace tattica a basso costo nelle mani di Taleban e associati; come ha riferito il Christian Science Monitor, i talebani ritengono gli attentati suicidi compatibili con l’Islam. Robert Pape ha documentato in modo convincente che il «terrorismo suicida» segue una logica strategica e in tutto il mondo sta crescendo perché, semplicemente, «paga». Karzai e Jones hanno scritto che Al Qaeda e talebani hanno imparato tecniche e «know-how» sviluppati altrove (soprattutto in Iraq) e sono arrivati alla conclusione che gli attentati suicidi sono molto più efficaci di ogni altra tecnica nell’uccidere le forze di occupazione straniere e gli afghani. Del resto quando talebani e associati attaccano direttamente l’esercito statunitense e gli altri eserciti, hanno solo un 5 per cento di possibilità di infliggere perdite. Inoltre gli attentati, aumentando il livello generale di insicurezza, ostacolano la ricostruzione; e infine offrono a talebani e al Qaeda una visibilità ben maggiore di quella che hanno avuto i metodi di guerriglia adottati fra il 2002 e il 2005.
Un’analisi seppure incompleta delle statistiche circa le persone uccise dalle autobombe in Afghanistan fra il primo e fallito attentato (19 luglio 2002) e la devastante esplosione a Lashkar Gah il 26 settembre scorso evidenzia che su un totale di 229 morti i civili sono stati 146, ovvero circa il 65 per cento del totale; le forze di occupazione, invece, parlano dell’84 per cento. I militari statunitensi e Nato sono stati il 17 per cento dei morti, a cui vanno aggiunti molti feriti.
Gli attacchi suicidi con autobomba sono generalmente condotti in aree a elevata presenza di civili e dunque causano morti e feriti innocenti. Per fare un confronto con le vittime provocate dai cosiddetti «bombardamenti chirurgici» americani, occorre scegliere gli attacchi aerei Usa/Nato condotti contro realtà simili, cioè aree ricche di presenze civili. Ho scelto la relativamente economica bomba Gbu-12 Paveway II, da 500 libbre e guidata dal laser. Trasportata da un’ampia gamma di aerei, compresi gli F-16 così ampiamente utilizzati in Afghanistan a partire dal 22 ottobre 2001, ha un raggio letale di circa 225 metri, davvero molto in aree a elevata presenza di civili. Fabbricarla costava 19.000 dollari nel 1995. Poiché il costo orario di un F-16 in volo è di circa 5.000 dollari e assumendo che una missione di bombardamento duri tre ore, il costo totale di una bomba «utilizzata» è di 34.000 dollari. Per confronto, a Kabul una Toyota Corolla – il veicolo preferito per le autobomba – usata del 1992 si trova sul mercato a poche migliaia di dollari. Supponendo che l’attentatore l’abbia acquistata per 1.500 dollari, pagando inoltre 150 dollari per gli esplosivi (un residuato della guerra contro i sovietici ampiamente presente nel paese), il costo totale è di 1.650.
Abbiamo detto che la ragion d’essere delle «armi di precisione» è spendere maggior denaro per ridurre i «danni collaterali». A prima vista è logico aspettarsi una relazione lineare fra l’accuratezza e il costo di una bomba. La Gbu-12, costando 21 volte più di un’autobomba, dovrebbe essere 21 volte più precisa. Ma è proprio così? Il 65 per cento di vittime civili negli attacchi suicidi in Afghanistan significa che per uccidere 10 militari statunitensi o Nato si fanno morire in media 18,6 civili afgani. La bomba di precisione, se fosse più accurata di 21 volte come il costo farebbe supporre, per uccidere dieci taleban dovrebbe sacrificare un solo civile o meno ancora. Il calcolo vale a maggior ragione per le bombe più costose egualmente impiegate nel teatro afghano.
Invece, l’evidenza empirica dal terreno rivela che quando una bomba «di precisione» cade su un’area con elevata presenza di civili, sono questi a morire e essere feriti in numero molto maggiore rispetto ai taleban. Durante il recente attacco Nato nel distretto di Panjwayi, a sudovest di Kandahar, secondo testimonianze locali riferite dalla Reuters per ogni talebano ucciso sono morti tre civili. Il 3 settembre 2006 un jet da combattimento ha bombardato Ghaljain, villaggio di fango vicino a Zangabad, uccidendo sette taleban ma anche tredici fra donne, bambini e anziani. Analoghe le descrizioni dei bombardamenti in Helmand, nel mese di agosto, con la caduta di relativamente pochi talebani e di molti civili. Un attacco nello scorso mese di luglio su un gruppo di villaggi a nord di Tarin Kot nell’Uruzgan avrebbe ucciso almeno dieci civili ma solo quattro o cinque talebani.
Ho scritto altrove che l’aumento della quota di bombe di precisione sul totale del tonnellaggio sganciato determina addirittura un aumento del numero di civili uccisi per dieci tonnellate di bombe cadute. Sono d’accordo che quando gli aerei Usa e Nato bombardano campi di taleban e associati in aree isolate non si hanno vittime civili, ma questo confronto è inappropriato perché occorre confrontare universi simili: nella fattispecie, aree a elevata presenza di civili. E i miei dati nel progetto Afghan Victim Memorial indicano che in questi mesi del 2006 gli attacchi Usa e Nato hanno ucciso fra 390 e 446 civili. La conclusione è allora inevitabile: a considerare i dati relativi ai costi delle armi come indice di accuratezza nella selezione del bersaglio, le bombe «di precisione» di Usa e Nato ammazzano molti più innocenti di quanti non ne faccia fuori un’autobomba talebana.
Similmente, l’Iraq Body Count nel suo A Dossier of Civilian Casualties ha calcolato – per il periodo dal 20 marzo 2003 al 19 marzo 2005 – che il numero medio di civili uccisi da attacchi aerei era pari a 13,5 mentre il numero medio di civili uccisi da attentatori suicidi era pari a 10,9. Quanto al Libano, gli F-16 israeliani hanno fatto cadere armi «di precisione» su aree popolate di civili e in quel caso il rapporto fra vittime civili e militari è stato di 10 a uno o a due.
Il 12 settembre scorso a Kabul il portavoce della Nato maggiore Luke Knittig, commentando la stima dei 173 civili uccisi – secondo le stime militari – nel 2006 nel corso di attacchi suicidi, ha parlato di «palese disprezzo per la vita umana» da parte dei terroristi. Le sue parole devono essere corrette così: «palese disprezzo per la vita umana» da parte di Usa e Nato. Che si definiscono portatori di pace.

*Professore di Economia all’Università del New Hampshire; autore anni fa del più dettagliato resoconto sulle vittime civili della guerra americana all’Afghanistan