Kabul, denuncia di Mini: “Così si entra in guerra”

Mentre il mondo intero guarda con il fiato sospeso all’Iraq e l’Afghanistan cade nel dimenticatoio, l’Italia si prepara a entrare in guerra nelle roccaforti dei talebani. Senza nessuna comunicazione ufficiale. Infatti il nostro paese ha dato piena disponibilità alla Nato, già lo scorso 8 dicembre, a schierare nei cieli di Kabul sei cacciabombardieri Amx. Tutto però è passato in sordina, fatto salvo per l’intervento del generale Fabrizio Castagnetti, responsabile del Comando operativo interforze (la struttura della Difesa che gestisce tutte le operazioni militari italiane all’estero) che lo scorso 8 febbraio a Roma, in occasione di un convegno organizzato dall’Udc sugli Aspetti umanitari delle missioni militari all’estero ha confermato l’invio dei nostri cacciabombardieri nei cieli afghani.
Il ministero della Difesa si trincera dietro una cortina di ferro. «Il capo di Stato maggiore, l’ammiraglio Gianpaolo di Paola», fanno sapere, «sotto elezioni non rilascia interviste». Ma il comandante Roberto Tomsi, addetto all’ufficio Pubblica informazione, si lascia scappare qualche parola di troppo: «La Nato ha chiesto di inviare i caccia e l’Italia ha accettato. Si tratta di aspettare una rispo¬sta: se daranno l’ ok lo comunicheremo pubblicamente in conferenza stampa e spiegheremo cosa andranno a fare questi aerei». Un via libera che è atteso per il prossimo Consiglio della Nato e che fa a pugni con la proposta dell’ ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga di «ritirare subito i nostri soldati dall’Afghanistan», dopo aver saputo della possibile condanna a morte di un 41 enne di Kabul convertitosi al cristianesimo.
Ma cosa cambierà quando la decisione Nato diverrà operativa? «Assolutamente niente», per Tomsi, «perché sarà la Nato a stabilire i compiti e l’Italia valuterà in base alla missione prevista dalle forze armate». C’è, tuttavia, chi nutre seri dubbi, come il generale Fabio Mini, ex comandante delle forze Nato in Kosovo: «Se ne verrà confermato l’impiego, gli aerei sostituiranno lo squadrone di un’ altra nazione a rotazione. Di certo non serviranno a fotografare i campi di oppio che i satelliti pagati dall’Onu riprendono costantemente, ma a dare sostegno alle operazioni contro i talebani o contro quelli decisi dal sistema “targeting”, di individuazione degli obiettivi, in mano statunitense» . In altre parole l’invio dei caccia servirebbe a ridare un po’ di ossigeno ai marines di Enduring Freedom, ormai allo stremo delle forze, e a combattere in prima linea la guerra globale al terrorismo. È vero che l’allargamento della responsabilità di Isaf e della presenza delle forze di stabilizzazione della Nato anche fuori dai confini di Kabul era stato deciso sin dall’inizio, ma solo nell’ipotesi che la situazione migliorasse. «L assunzione di responsabilità nelle aree Sud e Sud-Est dell’Mghanistan avviene in un momento in cui la situazione è enormemente peggiorata», incalza Mini, «e chi chiede alla Nato di andare Il vuole un coinvolgimento nelle operazioni di repressione degli attacchi dei talebani, sempre più numerosi». Quali i pericoli? «In primo luogo che questo allargamento della missione Nato comporti il cambiamento dei parametri giuridici e legali dell’intervento. Non continuiamo a nasconderci dietro a un dito. Le nostre operazioni sono di sicurezza e tutto quello che si fa di encomiabile è solo accessorio e, semmai, complementare». Coinvolgere ufficialmente la Nato nella guerra a viso aperto contro i talebani, quindi, vorrebbe dire stravolgere le regole. «Se questo non è entrare in guerra», continua Mini, «è qualcosa di molto vicino, soltanto più subdolo e paradossale».
La memoria del generale corre indietro. «Quando nel 200 lla Nato offrì l’intervento comune contro l’Afghanistan in nome della difesa collettiva (in base all’articolo 5 del suo Statuto), si sentì dire dagli alleati d’ oltre Atlantico: “No grazie, ci pensiamo noi, voi non siete capaci di fare quello che dobbiamo fare. Avete un sistema di decisione così complicato che dà diritto a tutti di obiettare e bloccare le iniziative. Questa guerra è troppo seria per farla fare alla Nato” ».
Oggi invece di quei “limiti” sembra non esserci più traccia e gli Usa chiedono aiuto. Per Mini è tutto inequivocabilmente chiaro. «Gli alleati non riescono a sbloccare la situazione, allora si espandono i compiti della Nato, includendone rischi che il mandato iniziale non prevede. È il cosiddetto “mission creeping” automatico e nascosto che, tuttavia, è una pratica rifiutata dalla stessa Nato: ogni variazione delle condizioni di una missione deve essere ridiscussa e rinegoziata. Bisognerebbe dire chiaramente ai nostri soldati, senza false ipocrisie, per chi e per cosa rischiano la pelle… E magari dire a chiare lettere anche ai 1.800 italiani, soprattutto alpini, schierati in Afghanistan, che stanno entrando in guerra e che non sono più lì in missione di pace.