Kabul attende il sacrificio

Le scarpe sporche di fango e sangue trascinano piedi stanchi nella mattina di Eid al-Adha, la festa religiosa del mondo musulmano che celebra il sacrifico di Abramo. Legata al pellegrinaggio sacro, si tiene il decimo giorno del mese di Dhul Hijja, quest’anno alla fine di novembre. Le strade di Kabul risuonano dei salmi sparati dalla televisione, in diretta dalla Mecca dove si accalcano i pellegrini. Ma non sono pellegrini quelli che vediamo in fila in una via di Wazir Akbar Khan, quartiere benestante della capitale afghana: un centinaio di poveracci sta aspettando di ricevere da qualche ricco patrono locale i pezzi di pecora o montone appena sacrificati per ricordare il gesto di Abramo, Ibrahim. Negli scoli a cielo aperto scivola il sangue delle povere bestiole e lo stomaco squarciato lungo le strade, riversa l’ultimo pasto dell’agnello sacrificale.

Gli scoli a cielo aperto, caratteristica di ogni città del mondo povero, a Kabul li stanno tutti risistemando. Una sorta di frenesia ha preso la municipalità che sta riassettando strade e cunicoli zeppi di spazzatura, dove l’acqua ristagna lungo i marciapiedi di una città di quattro milioni di abitanti in un paese in guerra e senza lavoro. Ed è nulla rispetto alla frenesia edilizia, privata e pubblica, che ogni giorno le fa cambiar volto. Ti giri e quel palazzo non c’è più. Torni dopo tre mesi e un nuovo edifico ha già preso il suo posto. Sono banche, uffici di compagnie di sicurezza e trasporto – i due grossi business dell’Afghanistan – negozi di articoli sportivi o di abbigliamento pseudo occidentale che fa molta presa sullo strato di classe media che vive o lavora in centro. Quello che si può osservare in un caffé della capitale modello big burger: nessuno porta più gli eleganti abiti della tradizione ma soprabiti di finto cuoio, giacche attillatissime porporine, scarpe a punta.

In centro nemmeno il burqa si vede più: signorinette con velo e tacchi alti si muovono tra gli sguardi di un universo per lo più maschile. Solo qualche cenciosa poveretta che tende la mano ai passanti, col burqa sfilacciato e rappezzato, ricorda il dramma del mondo femminile che, a pochi chilometri dal centro, si misura in povertà, acqua dal pozzo di quartiere, luce a singhiozzo, strade piene di fango adesso che l’inverno porta pioggia e tra un po’ la neve. A ricordare la povertà feroce resiste invece un esercito di bambini che con le mani sudice trafficano nell’immondizia, spingono carriole di malta, vendono cicche sbiadite in contenitori di cartone. Quattro-cinque mila? Il doppio? Non c’è certezza in un paese dove il catasto è un’idea e l’arte di contare – come ha evidenziato l’elezione del presidente – è declinabile a proprio gusto.

Nel centro residenziale della città, le ambasciate sono rinchiuse in una sorta di limbo sospeso sulla capitale. Diplomatici, funzionari dell’Onu, amministratori di compagnie straniere, cooperanti restano nei loro uffici blindati da regole di sicurezza che impongono l’uso dell’auto blindata per ogni spostamento. Così, se i taleban il 28 ottobre pensavano di aver assestato un colpo uccidendo cinque internazionali in una Guest House di Sharenaw, adesso sanno di aver fatto centro. Il capo di Unama, Kai Eide, ha dichiarato che la metà del personale straniero avrebbe fatto le valige ma le indiscrezioni dicono che sarà ridotto a un terzo. Tutti hanno stretto le misure di sicurezza.

E mentre infuria la battaglia sulla corruzione – il grande tema che occupa le polemiche sulla capacità o meno del governo Karzai di potervi porre rimedio – è lecito domandarsi chi controllerà cosa visto che nessuno esce più per vedere e monitorare i progetti pagati fior di milioni dalla comunità internazionale. Su tutto grava l’incubo di una guerra che sembra senza sbocco. Vista da Kabul, anche l’annunciata decisione di Barack Obama sembra più che altro un discorso da salotto. Se il presidente Usa annuncerà l’invio di 30mila soldati, come sembra, 40mila, come richiesto, o 20mila come vorrebbe, non sembra che questo interessi molto gli afgani. Né che cambierà le sorti di una guerra che gli stessi militari sanno non può essere vinta con le armi. Come allora?

Benché mullah Omar abbia appena respinto le aperture fatte da Karzai nel giorno del suo insediamento, il tam tam sotto traccia dice che le trattative sono in corso. E da tempo. Non tanto quelle benedette dai sauditi e che procedono attraverso gli ex taleban ora mediatori di conflitto. Ma nei territori dove si spara davvero. Qualcuno dice che diversi tentativi sono già andati a monte perché, una volta presi gli accordi col comando locale di Isaf-Nato per una tregua, poi arrivavano le forze speciali a guastare tutto. Altri raccontano che i taleban (quali? In rappresentanza di chi?) avrebbero accettato la Costituzione a patto di alcuni emendamenti. E che persino sul ritiro delle truppe come precondizione si starebbe negoziando. Ma chi esattamente si muova in questa filiera segretissima non è dato sapere. Anche perché ci sono ben altre notizie.

Sembra che il vecchio piano ideato dal generale Petraeus (ex comandante in Iraq) stia resuscitando dopo un avvio difficoltoso e che sembrava averlo archiviato: armare le milizie nei villaggi, una sorta di guardia nazionale civile pro governo. Questa volta però sarebbe la Nato stessa a seguire un’operazione che, ufficialmente, sarebbe diretta dal ministro dell’Interno e farebbe parte del cosiddetto V pilastro della riforma della polizia. Un piano, sogghigna un diplomatico, «per far fuori definitivamente le Nazioni unite» e le loro velleità negoziali. Vero, falso? Il sangue nel rigagnolo ricorda che questo è un paese è in guerra. Tutto è lecito dunque. KABUL

Le scarpe sporche di fango e sangue trascinano piedi stanchi nella mattina di Eid al-Adha, la festa religiosa del mondo musulmano che celebra il sacrifico di Abramo. Legata al pellegrinaggio sacro, si tiene il decimo giorno del mese di Dhul Hijja, quest’anno alla fine di novembre. Le strade di Kabul risuonano dei salmi sparati dalla televisione, in diretta dalla Mecca dove si accalcano i pellegrini. Ma non sono pellegrini quelli che vediamo in fila in una via di Wazir Akbar Khan, quartiere benestante della capitale afghana: un centinaio di poveracci sta aspettando di ricevere da qualche ricco patrono locale i pezzi di pecora o montone appena sacrificati per ricordare il gesto di Abramo, Ibrahim. Negli scoli a cielo aperto scivola il sangue delle povere bestiole e lo stomaco squarciato lungo le strade, riversa l’ultimo pasto dell’agnello sacrificale.

Gli scoli a cielo aperto, caratteristica di ogni città del mondo povero, a Kabul li stanno tutti risistemando. Una sorta di frenesia ha preso la municipalità che sta riassettando strade e cunicoli zeppi di spazzatura, dove l’acqua ristagna lungo i marciapiedi di una città di quattro milioni di abitanti in un paese in guerra e senza lavoro. Ed è nulla rispetto alla frenesia edilizia, privata e pubblica, che ogni giorno le fa cambiar volto. Ti giri e quel palazzo non c’è più. Torni dopo tre mesi e un nuovo edifico ha già preso il suo posto. Sono banche, uffici di compagnie di sicurezza e trasporto – i due grossi business dell’Afghanistan – negozi di articoli sportivi o di abbigliamento pseudo occidentale che fa molta presa sullo strato di classe media che vive o lavora in centro. Quello che si può osservare in un caffé della capitale modello big burger: nessuno porta più gli eleganti abiti della tradizione ma soprabiti di finto cuoio, giacche attillatissime porporine, scarpe a punta.

In centro nemmeno il burqa si vede più: signorinette con velo e tacchi alti si muovono tra gli sguardi di un universo per lo più maschile. Solo qualche cenciosa poveretta che tende la mano ai passanti, col burqa sfilacciato e rappezzato, ricorda il dramma del mondo femminile che, a pochi chilometri dal centro, si misura in povertà, acqua dal pozzo di quartiere, luce a singhiozzo, strade piene di fango adesso che l’inverno porta pioggia e tra un po’ la neve. A ricordare la povertà feroce resiste invece un esercito di bambini che con le mani sudice trafficano nell’immondizia, spingono carriole di malta, vendono cicche sbiadite in contenitori di cartone. Quattro-cinque mila? Il doppio? Non c’è certezza in un paese dove il catasto è un’idea e l’arte di contare – come ha evidenziato l’elezione del presidente – è declinabile a proprio gusto.

Nel centro residenziale della città, le ambasciate sono rinchiuse in una sorta di limbo sospeso sulla capitale. Diplomatici, funzionari dell’Onu, amministratori di compagnie straniere, cooperanti restano nei loro uffici blindati da regole di sicurezza che impongono l’uso dell’auto blindata per ogni spostamento. Così, se i taleban il 28 ottobre pensavano di aver assestato un colpo uccidendo cinque internazionali in una Guest House di Sharenaw, adesso sanno di aver fatto centro. Il capo di Unama, Kai Eide, ha dichiarato che la metà del personale straniero avrebbe fatto le valige ma le indiscrezioni dicono che sarà ridotto a un terzo. Tutti hanno stretto le misure di sicurezza.

E mentre infuria la battaglia sulla corruzione – il grande tema che occupa le polemiche sulla capacità o meno del governo Karzai di potervi porre rimedio – è lecito domandarsi chi controllerà cosa visto che nessuno esce più per vedere e monitorare i progetti pagati fior di milioni dalla comunità internazionale. Su tutto grava l’incubo di una guerra che sembra senza sbocco. Vista da Kabul, anche l’annunciata decisione di Barack Obama sembra più che altro un discorso da salotto. Se il presidente Usa annuncerà l’invio di 30mila soldati, come sembra, 40mila, come richiesto, o 20mila come vorrebbe, non sembra che questo interessi molto gli afgani. Né che cambierà le sorti di una guerra che gli stessi militari sanno non può essere vinta con le armi. Come allora?

Benché mullah Omar abbia appena respinto le aperture fatte da Karzai nel giorno del suo insediamento, il tam tam sotto traccia dice che le trattative sono in corso. E da tempo. Non tanto quelle benedette dai sauditi e che procedono attraverso gli ex taleban ora mediatori di conflitto. Ma nei territori dove si spara davvero. Qualcuno dice che diversi tentativi sono già andati a monte perché, una volta presi gli accordi col comando locale di Isaf-Nato per una tregua, poi arrivavano le forze speciali a guastare tutto. Altri raccontano che i taleban (quali? In rappresentanza di chi?) avrebbero accettato la Costituzione a patto di alcuni emendamenti. E che persino sul ritiro delle truppe come precondizione si starebbe negoziando. Ma chi esattamente si muova in questa filiera segretissima non è dato sapere. Anche perché ci sono ben altre notizie.

Sembra che il vecchio piano ideato dal generale Petraeus (ex comandante in Iraq) stia resuscitando dopo un avvio difficoltoso e che sembrava averlo archiviato: armare le milizie nei villaggi, una sorta di guardia nazionale civile pro governo. Questa volta però sarebbe la Nato stessa a seguire un’operazione che, ufficialmente, sarebbe diretta dal ministro dell’Interno e farebbe parte del cosiddetto V pilastro della riforma della polizia. Un piano, sogghigna un diplomatico, «per far fuori definitivamente le Nazioni unite» e le loro velleità negoziali. Vero, falso? Il sangue nel rigagnolo ricorda che questo è un paese è in guerra. Tutto è lecito dunque.