John Bolton, un cowboy al Palazzo di vetro

George W. Bush nomina come rappresentante Usa alle Nazioni unite l’ex sottosegretario di stato agli armamenti, falco neoconservatore proveniente dal pensatoio di destra «American enterprise institute»

Il nuovo rappresentante degli Stati uniti all’Onu sarà John Bolton, uno che quando sente parlare di diplomazia mette mano alla pistola. La scelta non era ancora ufficiale, ieri mattina, ma era ormai sicura, tanto che Condoleezza Rice, cioè colei che sarà il diretto superiore di Bolton, l’ha già comunicata a Richard Lugar, il presidente della commissione affari esteri del Senato che dovrà ratificare la nomina. Sarà facile quella ratifica? A occhio no, se si tiene conto che già la conferma alla carica che Bolton attualmente ha, quella di sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti, la ottenne con una maggioranza insolitamente risicata (57-43) ed era il maggio del 2001, cioè un’epoca in cui questa amministrazione non aveva ancora mostrato la sua vera faccia. Ma con i democratici intimiditi e incerti sul da farsi di questi tempi non si sa mai. Bolton prenderà il posto di John Danforth, della cui azione all’Onu nessuno si è accorto nei pochi mesi in cui è andato a sostituire John Negroponte – chiamato ad andare a governare i tremila «impiegati» dell’ambasciata a Baghdad e poi al ruolo di «zar di tutte le spie», dove si suppone continuerà ad avere a che fare con le stesse persone – e la cui voglia di andarsene era talmente forte che non aveva neanche aspettato il classico periodo intermedio in attesa della nomina del successore e aveva affidato la guida della missione americana all’Onu ad Anne Patterson, una diplomatica di carriera.

Cinquantasei anni, una faccia sanguigna su cui troneggiano due bei baffoni spioventi, Bolton viene dal famigerato American Enterprise Institute, quello di Paul Wolfowitz, di Richard Perle e degli altri neocon che aveva accuratamente progettato tutto quello che è accaduto dopo l’avvento di questa presidenza con la sola eccezione del nome di chi doveva andare alla Casa bianca. Il nome, non il cognome, perché il vero uomo dei neocon era il «fratello intelligente», Jeb Bush. I media di qui descrivono Bolton col termine outspoken che sta per schietto, franco, uno che non ha peli sulla lingua, e lui questa caratteristica ha avuto modo di mostrarla ampiamente. Al dipartimento di stato di Colin Powell, che durante la prima amministrazione Bush era visto da tutti come una specie di isola in cui – quantomeno – si cercava di ragionare (salvo poi allinearsi sempre ai voleri del capo), consideravano Bolton una specie di discolo che bisognava sopportare perché non lo si poteva cacciare e cercavano di far finta di nulla quando per esempio minacciava Cuba; fustigava gli europei per l’«attenzione» che mostravano nei confronti della Cina; discuteva dell’Iran in termini di «quante divisioni ha» o quando diceva che l’unica parola possibile con la Corea del Nord era quella delle armi (tanto che a un certo punto Bush, in una delle rare volte in cui prestò ascolto a Powell, decise di escluderlo dalla delegazione americana nel negoziato con Pyongyang).

Per il presidente, però, l’unico vero «merito» che Bolton aveva era anche il più prezioso. Lui infatti è stato l’unico dei vecchi servitori di suo padre, a non schierarsi contro l’invasione dell’Iraq. Come forse si ricorderà, infatti, nei mesi che precedettero l’inizio di questa avventura tutti gli uomini della Desert Storm, la prima guerra del Golfo, da James Baker a Brent Scowcroft, fino al «condottiero» di quell’impresa Norman Schwarzkopf, avevano pubblicamente parlato contro quella che a loro appariva un’idea balzana. L’unico che aveva taciuto era stato Bolton, che pure nella Desert Storm si era distinto parecchio in veste di «stretto collaboratore» di Baker nel mettere insieme l’alleanza che poi cacciò l’esercito iracheno dal Kuwait. Quattro anni di «sofferenza» in quel detestabile covo di colombe che era il dipartimento di stato, ed ora il vero «premio»: la possibilità di entrare con le sue zampe di elefante nella cristalliera delle Nazioni unite. E infatti lì, al Palazzo di vetro, i primi commenti sentiti dicevano che la sua nomina costituisce la prova che Bush non ha ancora «perdonato» l’organismo internazionale per averlo costretto – con la famosa saga della risoluzione sull’Iraq ritirata in extremis per non subire l’onta del voto contrario del Consiglio di sicurezza – a passare all’azione con la «macchia» di avere violato il diritto internazionale.