Jean Michel Basquiat, padre dei graffitisti ucciso dal profitto

Una grande retrospettiva a Los Angeles ricorda il principe nero dei graffitisti, scomparso nell”88. Basquiat fu una macchina da corsa lanciata contro un muro. Un po’ come James Dean e Jackson Pollock che si schiantarono veramente con le loro auto sportive. Basquiat morì di droga. Ma fa lo stesso. Non cambia nulla rispetto al destino tipicamente americano che vede confondersi successo, mondanità e morte violenta in troppi casi.

La sua carriera durò in tutto otto anni. L’avventura era iniziata nel 1980. Fino ad allora Samo (cosi si firmava), nero di padre haitiano e madre portoricana nato a New York nel 1960, aveva dipinto con la bomboletta spray sui vagoni della subway e sui muri dei quartieri della sua città, di Soho in particolare.

In quell’anno comparve sui muri la scritta “Samo è morto” (Samo sta per Same Old Shit – La stessa vecchia merda). E dalle spoglie di Samo, il graffitista ribelle, nacque Jean Michel Basquiat, artista mondano, bello e ricercato, destinato ad impadronirsi del successo a tappe forzate firmando quadri, talvolta, con il suo vero nome. Il guaio fu che anche il successo si impadronì di lui, piegandolo, come un filo di ferro, senza che opponesse resistenza. Non prima di aver fatto arricchire un sacco di gente. Gli affari che si intrecciarono attorno alla sua opera, nel corso degli anni, lievitarono a dismisura fino a far raggiungere alle sue tele quotazioni da spavento. L’obiettivo era stato raggiunto, dagli altri però, non da lui.

Basquiat aveva “studiato da mito”. E da mito era morto nell”88, a 28 anni, non perché agli dei piacciono i giovani eroi come si dice, ma perché i meccanismi del profitto hanno bisogno dei miti e di grandi spettacoli a fosche tinte. Del resto, anche a volerlo, in quel periodo era difficile sostenere il ritmo. Basquiat ci riuscì per otto anni, facendo ricorso all’eroina. Nemmeno pochissimo. Certo fu pure sfortunato. Poteva durare di più. Ma sono dettagli. Quello che conta è che attorno a lui, e a quello che è rimasto di lui e della sua fine, è stato edificato un castello di soldi che non finisce mai. Il castello sul quale è deposta la sua leggenda.

Ecco perché le grandi retrospettive sul suo lavoro non sono mai mancate, senza voler per questo sottostimare il valore di una parabola creativa che appare significativa (non eccezionale). Oggi è la volta del Museo d’arte contemporanea di Los Angeles che ha presentato una vasta selezione di opere di Basquiat, oltre cento fra disegni e dipinti, che lo ricordano in modo esauriente, fra i quali figura Mona Lisa, l’acrilico forse più noto del pittore americano. In questo quadro il ricordo di Leonardo si mischia con i segni nevrotici e selvaggi (via via il successo ne stemperò la cattiveria) di chi celebra, con colori acidi, fasti e nequizie di un ordine planetario fondato sul consumo, con numeri scritti e sigle che sembrano tracciati sui cartoni riciclati di un supermercato.

Ci viene in mente, per contrasto, una falce e martello tracciata da Basquiat su cartone, che abbiamo vista appesa al muro di un collezionista romano, un restauratore che ebbe l’opportunità di conoscerlo. Falce e martello sono separati, scissi, contrariamente alla classica iconografia comunista che li vede incrociarsi; il tratto è energico e non esiste l’ingombro parassita di altri segni. Non vogliamo con ciò azzardare spericolate conclusioni. Si vede, però, si capisce e si apprezza il rispetto dell’uomo per il simbolo dell’emancipazione dallo sfruttamento. Anche se quella distanza fra falce e martello non è una buona premonizione.

Basquiat tenne la sua prima personale a New York, da Annina Nosei, nel 1982. La gallerista aveva fiutato il talento e l’affare prima degli altri. Lo farà due anni dopo con alcuni degli artisti romani, quelli della Nuova Scuola romana di San Lorenzo in versione esportazione. La mostra da Nosei fu il varo di una carriera fulminante: l’avvenenza, la disponibilità, il primitivismo vestito Armani, l’amicizia con Wharol e Clemente, le buone letture (da Omero, a Proust, a quelli della Beat Generation), la competenza e l’entusiasmo per la musica (non solo il rap ma Milles Davis, Charlie Parker, John Coltrane).

Ma durerà poco. Fino alla crisi. «Allora – dirà il gallerista Emilio Mazzoli – chiamava in cerca di aiuto e gli amici non si facevano trovare, gli spacciatori sì. E così è morto». Non c’è da meravigliarsi quando le ragioni del successo e le amicizie riposano su un terreno friabile, come quello di una mondanità egoista e superficiale. Fu così che Basquiat affondò, come il Titanic: tutti e due. E fu un peccato perché la sua pittura aveva certamente delle qualità. Non è nemmeno così incolta come qualcuno, poco esperto, potrebbe pensare. I rimandi all’arte classica, alle Avanguardie (Espressionismo, Dadaismo, Surrealismo), all’Art Brut di Dubuffet, a Twombly, a Pollock e a Warhol sono evidenti. Poi c’è la sua cifra. Anzi le sue cifre schizzate sulla tela come frammenti metallici di un’esplosione che, senza poter localizzare la bocca del vulcano, purtuttavia erutta in periferia una valanga fiammeggiante di segni, di parole, di colori e di frasi, di contrappunti arcaici, magici (woodoo), ma anche infantili e giocosi (ghirigori sui diari dei bambini) da far paura. Un mondo intero di grafici spasmi che si allentarono, come la presa di una mano, quando l’eroina ebbe il sopravvento. Peccato.