Jean Genet, l’opera d’arte come dinamite

La notte del 15 aprile 1986, in una stanza d’albergo nel XIII Arondissement di Parigi, moriva Jean Genet. Aveva sempre rifiutato di abitare una casa, e dopo il riformatorio, la caserma, la galera, aveva preferito vagabondare, fuggire, depistare. Da molto tempo aveva chiuso con la letteratura, da quando Abdallah, il funambolo compagno della sua età matura, si era ucciso per lui, nel 1966.
Il pluricondannato divenuto scrittore, il pederasta, il visionario, il provocatore, “Saint Genet, comédien et martyr” secondo la celebre definizione di Sartre che lo inchiodava a una formula insopportabile, era l’autore di un pugno di romanzi folgoranti che, scritti negli anni Quaranta, continuavano a scandalizzare: da Nostra Signora dei fiori a Pompe funebri, da Querelle de Brest (nel 1983 Fassbinder ne farà un film straordinario e in Italia censurato) al Diario del ladro. Poi c’era stato soprattutto il teatro, dal meccanismo perfetto delle Serve (1947) a Massima sorveglianza (’49), da I negri (’59) a I paraventi (’61), il violento j’accuse contro il colonialismo francese che Roger Blin portò in scena nel 1966, provocando l’assalto del teatro di Jean-Louis Barrault da parte di parà ed ex combattenti della guerra d’Algeria che giunsero a malmenare gli attori.

Ma il “nemico pubblico”, il “ladro di stile” come lo chiama il biografo Edmund White, non aveva smesso di scrivere né di provocare. Denunciando ingiustizie e schierandosi sempre dalla parte del torto non aveva smesso di trasformare la scrittura in una macchina da guerra, un dispositivo incendiario. Un episodio americano poco noto e il grande innamoramento per la causa palestinese ne danno, diversamente, testimonianza.

Come sarà costretto a fare anche nel 1970, Genet entra negli Stati Uniti nell’agosto del 1968 illegalmente. Il visto d’ingresso gli era stato negato nel ’65, non solo per i precedenti penali e per le simpatie politiche ma anche «as a sexual deviate, subject to medical examination». La sua fama lo ha preceduto ed egli è ormai, anche oltreoceano, un autore consacrato: nel ’65 il Living Theatre ha messo in scena Le serve e nello stesso anno inizia la pubblicazione di tutti i romanzi. Ma Genet non è in America per presentare i suoi libri. Nei mesi precedenti è stato in Estremo Oriente, in Giappone, in Marocco, in Tunisia. Di ritorno a Parigi ha pubblicamente appoggiato Cohn-Bendit e la rivolta studentesca. Ora è a Chicago per partecipare al congresso del Partito democratico. Accanto a lui sono William Burroughs e Allen Ginsberg. I suoi interlocutori non sono però i delegati al congresso, sono gli hippy che manifestano per le strade contro la guerra in Vietnam, sono le Black Panthers che pattugliano armate i quartieri neri per difendersi dalle violenze della polizia. E se Ginsberg, sotto lo sguardo stupito dei poliziotti pronti alla carica, invita i manifestanti a intonare l’om, Genet al microfono ricorda più duramente che «c’è voluto un orribile numero di morti ad Hanoi perché un evento come questo potesse aver luogo». A quella folla colorata Genet si mescola, con essa condivide la gioia della ribellione e la durezza dei manganelli della polizia, ma non vi si confonde mai. Il suo sguardo rimane limpido, indagatore. Non fa sconti: «I poliziotti sono dei cani impazziti: è naturale che i cani vogliano mordere e persino sbranare gli hippy, gli studenti e i giornalisti, e non mi dispiace che gli americani bianchi siano minacciati dai cani, loro che negli ultimi 150 anni hanno fatto la stessa cosa, con ben più brutalità, nei confronti dei neri».

Non solo i poliziotti, dunque, e i marines, i garzoni del macello, ma anche gli stessi contestatori, e i preti, i barbieri, i venditori improvvisati alla stazione, vengono scrutati alla ricerca di quel tipo americano nel quale essi stessi sono abituati ad identificarsi, di quella specie evolutasi, tra ingenuità puritana e volontà di potenza, in città che «da molto tempo hanno fatto il loro tempo». Sono note taglienti di un’antropologia politicamente scorretta, che Genet scriverà a Tangeri, su foglietti d’albergo.

Negli anni seguenti mantiene i contatti con le Black Panters, torna in America, in Brasile, nel Maghreb, scrive la prefazione a I fratelli di Soledad, un volume di lettere dal carcere del militante nero George Jackson, assassinato nel ’71. Si schiera sempre, e ogni volta come se fosse per sempre, e sempre “dall’altra parte”: fuori, contro, di traverso, ovunque trovi dei complici per continuare la sua guerra personale, la sua opera d’arte dinamitarda. I gruppi marginali che di volta in volta appoggia, e con i quali sembra scoprire una dimensione collettiva della rivolta, diventano i riferimenti provvisori di un’erranza culturale che trasforma definitivamente la sua vita in una leggenda, il suo impegno in una estetica. E’ sulle barricate del maggio francese, aiuta Angela Davis, arrestata negli Usa con l’accusa di terrorismo, solidarizza con i Zengakuren giapponesi, interviene pesantemente sui giornali in favore dei militanti della Raf, difende gli immigrati diventati ormai “extracomunitari”.

Accusa l’Europa di formarsi «solamente come unione di forze contro un nemico comune. L’unico nemico comune è il povero, l’umiliato, il negro, l’arabo, chiunque abbia gli occhi a mandorla». Ma sarà la rivoluzione palestinese a trascinarlo di nuovo, prepotentemente nella scrittura, fino all’estremo dono di Un captif amoureux, che uscirà postumo. C’è un “periodo palestinese” nell’opera e nella vita di Genet, nel senso in cui diciamo “periodo blu” per Picasso. La sua adesione alla causa dei fedayn è totale: «La rivoluzione palestinese – scriverà – ha instaurato nuove forme di relazione che mi hanno cambiato, e in questo senso la rivoluzione palestinese è la mia rivoluzione».

Non è tanto l’affermazione di una futura giustizia riparatrice che sembra interessargli, quanto il poter cogliere quel presente assoluto, quel “sogno” in cui si sviluppa la coscienza nazionale palestinese nata con la perdita della terra. Non tanto l’utopia, quanto l’atopia dei fedayn, la situazione di precarietà sociale e di sospensione delle forme statali per cui gli uomini e le donne palestinesi si scoprono per la prima volta liberi: di muoversi, discutere, invertire ruoli. Scriverà che «i fedayn non volevano il potere, avevano la libertà». Una libertà che agli occhi di Genet s’incarnava nella bellezza di quei corpi, delle voci, degli sguardi. Lo aveva scoperto nelle basi della guerriglia in Giordania, dove aveva vissuto per sei mesi, tra il ’70 e il ’71. Da allora difenderà a oltranza i palestinesi, anche di fronte all’azione terroristica alle olimpiadi di Monaco nel 1972. Dieci anni più tardi, nel settembre del 1982, è a Beirut ovest, e lucidamente, senza tradire emozioni, descrive il “paesaggio” di Sabra e Chatila. Primo europeo a varcare la soglia dei campi rasi al suolo e a inoltrarsi tra i corpi in decomposizione prima dell’arrivo dei bulldozer, Genet percorre i gironi di quell’inferno con il distacco di chi sa che nessuna forma, nessuna tecnica del racconto potrà rappresentare l’orrore. I dialoghi ridotti all’osso, l’apparente cinismo (il giro per i campi descritto come un salto della cavallina, un gioco dell’oca tra i cadaveri che bloccano i vicoli), la misura dello sguardo sono l’unica possibilità di rapportarsi a quei corpi, di coglierne la presenza reale. Solo così il reportage può trasformarsi in canto d’amore. E l’atmosfera pesante della morte sfuma a ogni passo nella magia del periodo giordano, quando «tutti i fedayn sembravano camminare leggermente su da terra come per una sorsata di vino forte o una boccata di hashish».

In queste dissolvenze incrociate prende corpo la pietas di Genet, il suo estremo gesto d’amore per quei morti: «L’amore e la morte. Ne scrivi uno e l’altro subito accorre a completare la coppia. Ho dovuto andare a Chatila per cogliere l’oscenità dell’amore e l’oscenità della morte».