Jason, 19 anni, si uccide per non uccidere

Diranno che era un alcolizzato. E lo era, anche se nei guai non câera mai finito.
Diranno che aveva problemi psicologici. E li aveva. Come tanti dei suoi coetanei, in un paese dove dieci anni di blairismo hanno fatto tabula rasa della scuola e del lavoro. Della socialità. Come e più della Thatcher. Diranno che è colpa del “nonnismo” nelle caserme. E, infatti, l’hanno già detto. Preferendo bacchettare qualche generale piuttosto che dar retta alla sua denuncia. Alla sua ultima denuncia. Perché Jason Chelsea, diciannove anni, poco prima di morire ha chiesto di parlare con la madre. E’ stato cosciente fino quasi alla fine. Ha chiesto di parlare per provare a spiegarle il suo gesto, il perché s’era tagliati i polsi e aveva ingerito tre, quattro confezioni di barbiturici. La madre l’ha ascoltato. E poi ha raccontato quel che le aveva detto Jason: «Ha scelto di morire per non andare in Iraq. Mi ha detto: non posso andare lì, non posso uccidere quei bambini. Non importa da che parte stanno, io non posso farlo». E si è ucciso. Magari altri, altri suoi coetanei sarebbero sopravvissuti dopo aver ingerito quaranta pasticche. Lui no, aveva il fegato già devastato. Per lui non c’ è stato nulla da fare.

La storia la racconta il The Guardian di ieri. La racconta tutta la prima pagina, dove non c’è altro, nessun altro titolo. Come hanno fatto in altre poche occasioni, per esempio quando è cominciata la guerra in Iraq. Per loro, per il coraggioso quotidiano londinese, la storia di Jason era l’unica notizia che valesse la pena scrivere.

Una storia difficile da raccontare, certo. Perché Jason non era un ragazzo semplice. Viveva a Wigan, nella contea del Great Manchester, a nord ovest dell’Inghilterra. Famiglia tranquilla. Il padre, ispettore in una fabbrica. Senza molti amici, gran tifoso della squadra della sua cittadina, con qualche problema di dislessia, aveva già tentato il suicidio, qualche anno fa. Problemi che si erano aggravati mentre prestava il servizio militare a Cipro. Poi, mesi fa, la convocazione per l’addestramento prima di partire per l’Iraq.

Che cosa gli hanno detto i suoi istruttori? Nessuno lo sa, nessuno lo saprà mai. Restano solo le parole della madre: «Mi ha raccontato che l’addestratore spiegava ai ragazzi che lì, in quel paese, bisogna avere paura anche dei bambini. L’addestratore ha spiegato loro che pure i bambini, pure i piccolissimi, possono trasformarsi in kamikaze. E allora Jason e gli altri avrebbero dovuto prepararsi all’eventualità di sparare ad un bambino, pur di salvare i propri commilitoni, la propria caserma». Jason, però, non se l’è sentita.

Ma davvero gli istruttori possono aver detto cose simili? Il ministero della Difesa non smentisce. Dice che non esistono «corsi uguali per tutti» e che ogni reggimento fa come meglio crede. Il suo era il King’s Lancaster e a nessuno va di indagare sul corpo d’elite della spedizione militare in Iraq. Meglio, molto meglio puntare sul “nonnismo” in caserma che a detta del ministero è la vera causa del suicidio. Il tutto accompagnato da impegni solenni: «E se c’è qualcuno che ha tollerato il nonnismo pagherà. Non guarderemo in faccia a nessuno».

Ma la madre a quel funerale segnato dai colori della sua squadra del cuore dice che non sa che farsene di quella indagine. Per lei, Jason è la 116 vittima inglese di quell’invasione. Per lei, come per le altre sei madri che piangono i propri ragazzi suicidi appena tornati dal fronte, la colpa è di un’unica malattia. La guerra.