Jackson, «Dimenticati perché di colore»

Il reverendo nero denuncia la gestione «razzista» degli aiuti che sarebbe all’origine del totale fallimento della Casa bianca. Bush sotto accusa, anche in casa repubblicana, si affida intanto per la gestione dell’emergenza ad un generale di colore originario della Louisiana

NEW YORK
Ci voleva Jesse Jackson per mettere il dito direttamente sulla piaga. L’amministrazione Bush è stata sicuramente «incompetente» come hanno rilevato un po’ tutti, ha detto il leader nero, ma al fondo di tutto c’è il razzismo. I colpiti dal disastro «sono in prevalenza neri, troppo poveri per poter scappare prima che l’uragano arrivasse. E il colore della loro pelle – magari inconsapevolmente – ha contribuito a non far sentire l’urgenza di andarli a salvare». E’ il più estremo degli attacchi cui è sottoposto in queste ore George Bush, il quale reagisce nell’unico modo che sa: con tanta scena e poca sostanza. La cosa più rimarchevole della sua risposta, infatti, è che è stata organizzata in una scenografia diversa dal solito: niente messaggio radiofonico, come avviene ogni sabato mattina, ma un discorso con tutti i crismi, nel giardino delle rose della Casa Bianca e attorniato dalle solite facce: il segretario della Difesa Donald Rumsfeld, il capo di stato maggiore generale Richard Myers e (in seconda fila) il capo della Sicurezza interna Michael Chertoff. Oltre a ripetere le stesse cose Bush ha annunciato l’invio di altre truppe: 7.000 marines in aggiunta ai 4.000 fanti che già sono a New Orleans e ai circa trentamila uomini della guardia nazionale della Louisiana. E per comandarli ha scovato un generale nero e per di più nativo della Louisiana. Si chiama Russell Honore e appena arrivato – venerdì – ha subito mostrato di conoscere benissimo i segreti della comunicazione. Con le telecamere intente a riprendere i suoi uomini che si avventuravano – cautamente e con le armi spianate – nella zona «pericolosa» di New Orleans, il generale è intervenuto e con voce baritonale ha ordinato: «Abbassate i fucili. Siamo qui per aiutare, non siamo mica in Iraq», e la gente attorno, applaudiva.

Quanto alle polemiche su quelle migliaia di persone lasciate per giorni prive di ogni cosa – acqua, cibo, servizi igienici – l’unico segno visibile che Bush ne aveva preso atto era l’assenza, fra quelli schierati nel giardino delle rose, di Michael Brown, il responsabile delle Fema, l’equivalente della protezione civile, che ha sbigottito tutti confessando che lui ha saputo della presenza delle migliaia di persone stipate nel Superdome e trattate «come cani» soltanto giovedì, cioè quattro giorni dopo il disastro.

Colpa delle sue «credenziali», forse, visto che a quell’incarico di enorme responsabilità Brown è arrivato direttamente da quello di curatore legale di una cosa chiamata «Associazione internazionale dei cavalli arabi», alla quale si aggiunge il fatto che – si dice – lui sia stato l’artefice dell’operazione con cui Bush al tempo del Vietnam riuscì a imboscarsi nella guardia nazionale. L’altro ieri, durante la sua studiatissima visita sul posto, Bush lo ha incontrato e gli ha fatto i complimenti per «l’ottimo lavoro svolto», ma ieri mattina ha pensato bene di tenerlo lontano dalla sceneggiata nel giardino delle rose. Non che questo, comunque, sia riuscito a risparmiarli critiche e sarcasmi. Si va dall’«immenso fallimento» denunciato dalla senatrice repubblicana Susan Collins al «grande imbarazzo» riconosciuto dal governatore del Massachusetts Mitt Romney, sempre repubblicano, fino a Newt Gingrich, che nel partito repubblicano è esponente della destra, che l’ha messa giù brutale: «Se non siamo in grado di rispondere come si deve a un evento che tutti aspettavamo da giorni, come possiamo sperare di rispondere a un attacco con armi biologiche o addirittura nucleari?». A conti fatti, il commento più gentile è venuto da un’esponente democratica, la senatrice Marie Landrieu della Louisiana. «Credo – ha detto – che il presidente stia cominciando ad afferrare la gravità della situazione», come si direbbe di uno scolaro che «si applica ma non ce la fa». Questa storia dei repubblicani che attaccano e dei democratici che tacciano si spiega col fatto che i primi hanno ormai cominciato a temere di essere «confusi» con questo presidente sempre meno popolare e di trovarsi a pagarne il fio elettorale, mentre i secondi preferiscono godersi in silenzio la «caduta» di Bush.

Il problema di Bush, infatti, non è solo quello della lentezza dei soccorsi, pur gravissimo, bensì quello di ciò che è accaduto prima, che chiama in causa l’intera politica seguita da questa amministrazione. Maureen Dowd, la nota columnist del New York Times, in un articolo dal titolo che lascia pochi dubbi, «Gli Stati Uniti della vergogna», ricorda varie cosette: una, che l’anno scorso il genio militare aveva chiesto 105 milioni di dollari per costruire strutture capaci di far fronte a un possibile uragano nella zona di New Orleans e la Casa Bianca aveva risposto con 40 milioni, meno della metà, mentre stanziava 286 miliardi di dollari destinati a opere locali che servivano a soddisfare questo o quel deputato o senatore; che sempre l’anno scorso l’ormai famigerata Fema aveva fatto un’esercitazione immaginando che New Orleans fosse investita da un uragano della forza di Katrina («figuriamoci se l’esercitazione non ci fosse stata», chiosa lei); che sempre l’anno scorso a New Orleans era stato pubblicamente dibattuto il fatto che la costruzione dei famosi argini che non hanno retto non era stata completata perché i soldi erano stati stornati sull’Iraq e sui piani per la sicurezza intesa come antiterrorismo. «Per noi quegli argini sono proprio un problema di sicurezza», disse un congliere comunale, ma nessuno lo ascoltò.