«Italiani ad Abu Ghraib? Non mistupirebbe»

Susan Burque è il primo avvocato americano ad intentare una class action contro i torturatori di Abu Ghraib. La causa è stata avviata a San Diego e chiama a rispondere delle proprie responsabilità il governo degli stati uniti e alcuni dipendenti delle società di contractors Caci e Titan. Ai microfoni di Rainews24 (l’intervista va in onda questa mattina alle 7.45 ed è disponibile sul sito www.rainews24.it) Susan Burque, che ha avviato la causa insieme al Center for costitutional rights e dopo aver intervistato 160 ex torturati, spiega come «non si può escludere che per le due società lavorassero anche contractors italiani». Quello che segue è un estratto dell’intervista:

La causa è stata intentata contro i due contractor e contro il governo americano?

Non solo contro i contractor. Supponiamo ci sia una cospirazione e che i contractor lavorino con elementi criminali all’interno del governo e dell’esercito americani. Coloro che torturano violano le leggi americane e anche se fanno parte del governo non agiscono a nome degli Stati Uniti.

Che cosa state cercando di ottenere?

Questa causa è stata presentata come un procedimento a nome di tutti quelli che sono stati detenuti nelle prigioni irachene e che sono stati torturati. Chiediamo che ricevano un indennizzo. Purtroppo non abbiamo il potere di portare questi malfattori davanti alla giustizia e non siamo neanche in grado di iniziare una causa penale, questo spetta al ministero della giustizia.

E’ successo a tutti (di essere sottoposti a queste torture ndr)? Era un sistema?

Non a tutti, ma è successo a molte persone. Non si trattava solo del turno di notte o di un paio di casi isolati, era un fenomeno molto diffuso. Non tutti i militari partecipavano alle torture, ma sempre più persone volevano farlo.

Può aiutarci a capire cosa succede esattamente ad un prigioniero che arriva ad Abu Ghraib. Chi lo interroga?

Le circostanze di ogni interrogatorio sono diverse da prigioniero a prigioniero e noi sappiamo che ci sono stati dei prigionieri che venivano chiamati «Oga», «Other government agency», la Cia. Quindi c’erano delle persone conosciute che venivano sottoposte all’interrogatorio da parte di quello che veniva chiamato Tiger Team. Potevano essere sia addetti militari all’interrogatorio, sia civili, i contractor, ma sempre secondo le regole dell’esercito e poi poteva intervenire anche qualcuno della Cia che poteva prendere il prigioniero e interrogarlo. Poi, ci sono anche i Ghost detainees, i detenuti fantasma, persone che non sono mai state realmente registrate nel sistema e che, invece, sono state nascoste in modo che né la Croce rossa, né le autorità e né nessun altro sapessero che erano lì. Anche questi prigionieri venivano interrogati sia dall’esercito che dalla Cia.

C’è almeno un prigioniero che ci ha detto in un’intervista di aver sentito degli italiani che lavoravano come contractor e di aver subito abusi da loro. questo non la sorprende?

No, abbiamo sentito dei riferimenti a varie nazionalità e dobbiamo essere più precisi. Dobbiamo ottenere dalle compagnie l’identificazione esatta delle persone che lavoravano. Ma la questione non mi sorprende.

Se gli italiani erano veramente lì, come crede che ci siano arrivati?

Queste compagnie sono su internet e fanno pubblicità nella comunità di intelligence, quindi è diventata veramente una sorta di economia globale per le assunzioni. L’unico controllo è che tutti devono avere l’autorizzazione americana, per condurre gli interrogatori. Ma se riescono ad ottenerla possono andare ovunque.

Come si ottiene l’autorizzazione americana?

E’ necessario che le autorità americane diano un’autorizzazione segreta che permette di accedere a materiale confidenziale.

E’ difficile ottenerla?

No, ci sono diversi livelli di autorizzazione a seconda del lavoro che si deve svolgere. Quindi ci sono alcune autorizzazioni di basso livello che si possono ottenere facilmente.