Italia, paese di lavoratori poveri. Per l’Ocse siamo ultimi in Europa

Remunerato come un dipendente turco, ma con un costo della vita da sesta o settima potenza mondiale. E’ questa la condizione del lavoratore italiano. La classifica dell’Ocse sulle retribuzioni dei trenta paesi più industrializzati nel 2005 ha il significato di una amara conferma. Se nel 2004 occupavamo la casella numero diciannove, l’anno scorso siamo scivolati al ventitreesimo posto, dietro a greci, spagnoli e neozelandesi. Gli altri tengono più o meno le stesse posizioni. Noi arretriamo di molto. In pratica, siamo in penultima posizione nell’ambito (dietro di noi c’è solo il Portogallo) con una distanza del 18% rispetto alla media Ue. Secondo un rapporto dell’anno 2000 a cura di Eurostat (Commissione europea) nell’Europa unita figurano almeno 20 milioni di lavoratori sottopagati. Una bella fetta di questi, quindi, risiede in Italia.
La speciale classifica Ocse viene stilata con criteri molto attendibili in quanto non utilizza la classica “media del pollo”, ma tiene conto delle buste paga reali al netto delle tasse e degli oneri sociali. L’armonizzazione tra i diversi paesi viene fatta tenendo conto dei tassi di cambio delle monete. La media della retribuzione del lavoratore italiano, in valore assoluto, corrisponde a 1.350 euro al mese tredicesima compresa.

Nella media dei paesi Ocse lo stipendio è maggiore del 12,4% rispetto a quello di un lavoratore italiano e, se si considera il solo contesto europeo dei quindici ci si avvicina al 20%. Va detto che l’Ocse considera “salario minimo” una busta paga inferiore di un terzo alla media delle retribuzioni. E’ il caso, per esempio, di chi in Italia ha un’età compresa tra i 25 e i 32 anni: secondo l’ultima indagine dell’Ires-Cgil, infatti, questa categoria di lavoratori ha una busta paga che non supera gli 800 euro. Se si confronta questo importo con la media dei paesi Ue presa dalla classifica Ocse (1.600 euro circa) si scopre che la retribuzione dei lavoratori giovani in Italia è ampiamente al di sotto sia dei “minimi” europei che di quelli italiani. Secondo l’Ires-Cgil, c’è un altro 22,3% tra i giovani lavoratori che si deve accontentare di meno di 800 euro, mentre solo un 10% guadagna tra 1.200 e 1.500 euro.

Il dato sorprendente è quello che riguarda le differenze degli aumenti retributivi tra top manager e semplici dipendenti. In Italia questo “forbice” (indagine Salary Increase, elaborata da Hewitt Associates su trenta paesi a livello mondiale) è stato nel 2005 il più alto d’Europa: 1, 3%. Dietro a noi ci sono paesi come la Francia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca, il Portogallo, la Polonia, la Svezia, l’Olanda, la Spagna e il Regno Unito. L’ultima in classifica, la Svizzera, ha un indice dello 0, 2%. Nel calcolo è stato tenuto conto sia delle componenti fisse dello stipendio che di quelle variabili. Queste ultime riguardano in Italia soltanto la metà dei lavoratori italiani.

La diseguaglianza retributiva che caratterizza il nostro paese per inequità, nella classifica dei paesi Ocse dove si mettono a confronto per ciascun paese il gruppo di chi guadagna di più con chi guadagna di meno, viene preceduta solo dagli Stati Uniti. Tra i diciassette paesi più sviluppati, l’Italia ha un indice del 4, 68 mentre gli Usa il 5, 64. La prima in classifica, la Svezia, ha un indice del 2, 59.

Secondo Paolo Ferrero, della segreteria nazionale del Prc, questa classifica «dimostra che l’obiettivo politico deve essere quello dell’aumento dei salari e della lotta alla precarietà». «L’incrocio tra il disastro salariale che stiamo vivendo in Italia e il ristagno dell’economia – aggiunge Ferrero – ci dice che l’unico modo di uscire è quello di aumentare i salari». «Esattamente il contrario – conclude – di quello che ha fatto e proposto Berlusconi».

Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, mette l’accento sui numeri: «L’80% dei lavoratori, qui in Italia, guadagna meno di 1.200 euro al mese. «Era bene che in queste settimane di campagna elettorale – aggiunge – si parlasse anche del livello delle retribuzioni in Italia». «Servono politiche che abbiano più attenzione alla capacità di consumo e di reddito dei lavoratori – ha concluso Epifani -. Questo è un problema vero che il Paese si trascina non da oggi e che bisogna affrontare».