Italia, il paese dove il lavoro costa meno

Ce n’era, nell’aria, la convinzione. Ma serviva qualche dato ufficiale per confermarla. Ora quel dato c’è e l’ha fornito un «insospettabile» come Kpmg, la società americana di revisione dei conti che ha pubblicato i risultati della sua ricerca sul paese – tra quelli già ampiamente industrializzati, in Asia, America ed Europa – in cui «è più conveniente avviare un’attività imprenditoriale». L’Italia si è classificata «solo» al quinto posto, preceduta da Singapore, Canada, Francia e Olanda. Ma bisogna dire che l’indagine prendeva in considerazione ben 27 fattori (come imposizione fiscale, costo dei terreni e degli immobili, tariffe di trasporti e utilities, ecc). Un’agenzia di destra ha commentato entusiastica che «il nostro paese si colloca al quinto posto tra le nazioni con i minori costi e addirittura al primo tra i partner europei per il costo del lavoro». Riportando il dato con i piedi per terra, siamo costretti a dire che «siamo il paese europeo con il costo del lavoro più basso». E non si vede proprio cosa ci sia da festeggiare. Tanto più che, come precisa il rapporto Kpmg, gli elementi maggiormente «dinamici» restano i rapporti di cambio tra le diverse monete (e gli Usa, per esempio, hanno «migliorato» la propria posizione solo grazie alla sostanziosa svalutazione del dollaro) e al costo del lavoro, che «rimane la principale variabile di costo per le imprese» (una dele poche su cui possono agire direttamente, ndr ), sia nel settore manifatturiero che nel terziario e nei servizi». E’ chiaro perciò che quei 27 indicatori configurano l’«indice di competitività» capitalistica dell’Italia, su cui tanto si affannano i centri studi di Confindustria et similia , nonché le «fabbriche del programma» di entrambi gli schieramenti politici. Anche così, appare evidente che siamo «mediamente competitivi» per una lunga serie di ragioni, ma tra queste non c’è davvero il costo del lavoro; e che, quindi, proporsi di ridurlo ulteriormente – soprattutto se non dovessero venir modificati altri fattori, come ad esempio il costo dei trasporti, degli immobili o delle utilities – non può migliorare più di tanto la «nostra» classifica. Eppure Prodi si propone di abbattere il «cuneo fiscale» di cinque punti percentuali (ma non si comprende bene se parte di questa fiscalità verrà tradotta anche in quote di salario per i lavoratori oppure andrà tutta a beneficio delle imprese), mentre Confindustria vorrebbe un taglio addirittura di 10 punti. Siamo anche – ma non serve Kpmg per saperlo – il paese con il più alto tasso di precarietà contrattuale, e questo contribuisce molto a deprimere il valore del lavoro (il costo, detto con linguaggio «imprenditoriale»). Pensare di recuperare competitività lungo questa china è una follia palese: dietro di noi, su questa voce di bilancio, ci sono ormai solo i paesi dell’Est europeo; poi, ma si stanno avvicinando a passo di carica, indiani e cinesi. Paesi, bisogna pur dirlo, che non hanno ancora sviluppato un mercato interno. E’ questo il «futuro radioso» dell’Italia «competitiva»?