Italia a Tiro, l’invasione light

Tibnin non è stato uno dei villaggi più colpiti dall’offensiva israeliana della scorsa estate, non mostra i segni – macerie, case e strade distrutte, carcasse di automobili – dei centri abitati più a sud o a ridosso del confine con Israele. Zibqin, Qana, Marwahin, Aita A-Shaab, Bint Jbail, Marun A-Ras sono solo alcuni dei villaggi di cui non si dimenticheranno mai i nomi. La paura della guerra, la minaccia dei bombardamenti e delle incursioni aeree, tuttavia è ancora viva anche qui a Tibnin. Da queste parti sono abituati alla presenza dei soldati dell’Unifil ma l’arrivo di nuove truppe internazionali, dotate di mezzi blindati pesanti e armamento sofisticato, è stata una novità dura da digerire, almeno all’inizio. «Quando sono giunti a Tibnin tanti militari non sapevo cosa pensare – racconta Alaa – da un lato li consideravo agenti del nemico e dall’altro vedevo nella loro presenza la speranza di impedire nuovi attacchi israeliani. Ora la loro presenza non mi disturba più ma vorrei capire dalla parte di chi stanno». Qualche minuto dopo ad Alaa risponde a distanza l’ammiraglio Claudio Confessore, comandante del contingente italiano dell’Unifil e responsabile per la missione denominata «Operazione Leonte». «Il nostro mandato è definito dalla risoluzione 1701 dell’Onu, dobbiamo dare appoggio all’esercito libanese nelle operazioni di sorveglianza volte ad impedire attività ostili in Libano del sud», dice con tono pacato dopo averci accolto nel suo ufficio nella principale delle tre basi delle truppe italiane (le altre due sono a Maraka e Saama). «Ma svolgiamo anche attività di sostegno umanitario alle popolazioni civili», aggiunge ricordando un intervento per risolvere un problema legato a discariche abusive, nocive per le popolazioni locali.
L’atmosfera nella base italiana di Tibnin è serena ed intorno lo scenario naturale è incantevole. Qualcuno, negli edifici vicini si è già organizzato per cercare di sfruttare la presenza dei soldati. «Servizio di lavanderia» è scritto in perfetto italiano su un cartello affisso fuori un negozio. «In questo modo i militari sanno di poter contare su indumenti freschi e profumati per le loro gite a Tiro o Beirut», spiega il proprietario. A qualche centinaio di metri qualcuno aggiunge tavoli al suo ristorante, convinto che presto la clientela sarà soprattutto italiana. E dove prima si servivano solo kubbeh, le polpette locali, adesso si prepara anche «pizza italiana». «La popolazione ci ha accolto bene – riferisce Confessore – e noi facciamo il possibile per avere buone relazioni con la gente del posto. Ci muoviamo con discrezione, cercando, ad esempio, di usare il meno possibile i mezzi cingolati per non disturbare gli abitanti».
Il contingente italiano quindi non vuole essere invasivo e forse questa è la politica che seguono anche i soldati belgi, posizionati a breve distanza, e quelli di altri paesi. Ma procedere in punta di piedi potrebbe non bastare visto che tra qualche settimana l’intera Unifil raggiungerà i 15mila uomini (ora sono 5.400) ed è solo a quel punto che si potrà valutare l’impatto sociale e soprattutto politico che questa presenza internazionale ben armata ed equipaggiata avrà in Libano del sud. Al momento agli ordini dell’ammiraglio Confessore, ci sono poco più di mille uomini, in gran parte della Brigata S.Marco ma anche Lagunari. Tra novembre e dicembre diventeranno 2.400, quando arriveranno in sostituzione dei «marine» i soldati della Brigata «Pozzuolo del Friuli». Quel giorno L’«Operazione Leonte» parlerà con un accento più settentrionale mentre ora la cadenza prevalente è quella della Puglia, regione dove ha la sua base la «S.Marco».
A Tibnin i lavori di costruzione sono quasi terminati, grazie alla immancabile ditta Ciano che segue le forze armate italiane nelle «missioni» all’estero. «Abbiamo preso il posto del contingente ghanese – ci dice l’ufficiale Massimo Goio, che si occupa dei rapporti con la stampa italiana – più passano i giorni e più siamo organizzati. La Brigata Pozzuolo del Friuli troverà tutto pronto al suo arrivo». Il punto di ritrovo per i militari non impegnati nei pattugliamenti assieme alle truppe libanesi è la caffetteria, gestita da giovani del posto. «Ci sono anche altri abitanti di Tibnin che lavorano con noi, in questo modo diamo una piccola risposta al problema della disoccupazione», spiega Goio. Nel locale la televisione è sintonizzata sui canali italiani. I soldati chiacchierano sorseggiando bibite e caffé e si concentrano sullo schermo ogni volta che c’è un notiziario. Possono anche andare al punto internet, allestito proprio in questi giorni, e presto avranno a disposizione una pizzeria. L’ufficiale Carta, che è anche un giornalista, manda i suoi saluti a Giuliana Sgrena e ci mostra gli articoli dei quotidiani locali che parlano bene della presenza italiana, «compresi quelli di Hezbollah», ci tiene a sottolineare. Tra i presenti c’è chi alle spalle ha missioni in Somalia, Afghanistan, Balcani, Iraq ma quei nomi per loro sono solo incarichi come tanti altri e non invece i tratti fondamentali della politica estera italiana che, con governi di centrosinistra o di destra al potere, ci ha legato negli ultimi anni alle strategie di guerra e di controllo internazionale di Stati Uniti e Nato.
E allora l’ «Operazione Leonte» che missione sarà? «Dobbiamo rispettare il nostro mandato all’interno dell’Unifil fissato dalla 1701 – afferma l’amminiraglio Confessore – siamo tenuti a chiedere l’intervento dell’esercito libanese ogni volta che ci troviamo di fronte ad un problema. Allo stesso tempo abbiamo pieno diritto all’autodifesa». Ad una «autodifesa allargata» aggiunge un altro ufficiale, intendendo un intervento in sostegno di un altro contingente dell’Unifil finito sotto il fuoco nemico. Già ma quale nemico. Hezbollah? Israele? Siamo entrati in un terreno «politico», e di ciò, ci viene detto, si può discutere solo al massimo livello Unifil, ovvero con il comandante Alain Pellegrini (francese), che però è in vacanza. Il portavoce dell’Unifil Alex Ivanko, invece il giorno prima non aveva avuto problemi nel mettere in chiaro che l’Unifil ha i mezzi necessari per «reagire subito e con sufficiente potenza di fuoco a chiunque cercherà di compiere attività ostili in Libano del sud». Il riferimento ad Hezbollah è evidente ma Ivanko allo stesso tempo non può fare a meno di riferire, dati alla mano, che dalla metà di agosto ad oggi «le violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah sono state vicine a zero e quelle israeliane oltre cento, senza contare le violazioni dello spazio aereo libanese».
A pochi metri dalla distesa di macerie e distruzioni di Zibqin, ad una quindicina di chilometri da Tibnin, un’ unità italiana sta allestendo la sua postazione: spiana il terreno e lo prepara per le costruzioni che vi sorgeranno nel giro di qualche giorno. I militari sudano ma sorridono, intorno a loro regna la calma. Una donna, poco lontano avanza a fatica tra le rovine della sua abitazione. Un’altra scende lungo la strada tenendo per mano un bimbo. E c’è tanto silenzio e pace anche a qualche chilometro di distanza, intorno alle lapidi dei 29 morti di Qana, in buona parte bambini, rimasti sotto le macerie di un palazzo colpito in pieno dall’aviazione israeliana alla fine di luglio (altri cento abitanti di Qana morirono dieci anni fa in un base Unifil in un analogo bombardamento). Qualcuno lascia ogni giorno fiori freschi sulle tombe, ci spiega un uomo. «Non ho capito bene a cosa servano tanti soldati dell’Unifil – ci dice poi sollevando le spalle – ma a loro dico solo una cosa, venite qui a visitare queste tombe, venite a guardare le foto di questi morti innocenti e capirete da chi ci dovete proteggerci».