Istituzioni, dall’insidia del bipolarismo al bipartitismo

Abbiamo scritto quest’articolo a 4 mani partendo dalla passata comune esperienza di responsabilità di Enti Locali e Riforma dello Stato, ritenendo indispensabile aprire un serrato dibattito su un argomento, non facile, spesso da addetti ai lavori, ma vitale per la democrazia e il diritto di rappresentanza di soggetti sociali deboli o addirittura emarginati.
In questa fase convulsa della vita del paese vi è il rischio che alcune questioni decisive passino in secondo piano. Ci riferiamo, in modo particolare, alle riforme istituzionali. Benché se ne parli spesso, magari con riferimento alle proposte di leggi elettorali nazionali, la percezione della reale entità della posta in gioco è spesso limitata. Molto spesso, inoltre, i provvedimenti assunti in campi diversi si presentano disarticolati, al punto che diviene difficile ricondurre l’insieme delle scelte ad un’interpretazione unitaria.
In questi giorni sono apparse sulle pagine dei giornali alcune notizie. La prima, alla quale ha dato giustamente grande enfasi Liberazione, riguardava la scelta – contenuta nella proposta di finanziaria – di tagliare il numero dei consiglieri comunali e provinciali. Un’altra notizia che è rimbalzata sui mass media è quella del voto convergente dell’intero centro sinistra insieme a UDC e Lega nord, in commissione Affari costituzionali alla Camera, su una proposta di riforma del Senato in chiave federale, con l’elezione dei futuri senatori da parte dei consigli regionali.
Si tratta di due vicende apparentemente diverse, prodottesi in circostanze diverse e con altre motivazioni, ma a nostro giudizio ispirate da una stessa logica. Questa logica, al di là delle giustificazioni specifiche addotte ( come il taglio dei costi della politica o l’esigenza di garantire una rappresentanza fortemente connessa al territorio), si ispira al riassetto bipolare delle istituzioni italiane, spingendosi sino al bipartitismo, e in ciò vi è un pericolo mortale per la democrazia, in generale, e per il ruolo di Rifondazione Comunista, in particolare, e per ogni soggetto – anche di movimento – che intende battersi per la trasformazione.
Analizziamo con attenzione i due provvedimenti. Il primo, il taglio del numero dei consiglieri, è in sé un assurdo. I costi della politica si riducono cancellando sprechi, privilegi e clientele, ma è insensato pensare di tagliarli riducendo rappresentanza elettiva e democrazia partecipativa. Basterebbe fare un confronto con istituzioni analoghe di altri paesi per constatare che in molte altre parti d’Europa non ci si sogna nemmeno di adottare simili misure, anche in presenza di assemblee elettive molto ampie. Evidentemente chi nel centrosinistra la pensa così non è solo in preda a pressioni dell’antipolitica ma è anche portatore di un disegno lucido e preciso. Si vuole, in realtà, alzare la soglia di sbarramento per l’accesso alla rappresentanza. L’effetto pratico sarà quello di produrre assembramenti forzati, moltiplicare le liste civiche, molto spesso costringere a schieramenti talmente estesi da andare oltre l’attuale centro sinistra. Con questa norma, il bipolarismo fa un altro passo in avanti in direzione bipartitista.
Consideriamo ora l’altro provvedimento, quello sul Senato federale. Cosa significa eleggere i consiglieri direttamente dalle assemblee regionali? Vi sarebbero molte osservazioni da fare. Per esempio, la rappresentanza assumerebbe un peso diverso rispetto alla Camera, perché ci troveremmo di fronte ad una elezione di secondo grado, con evidenti conseguenze sul piano istituzionale. La differenziazione delle funzioni tra Camera e Senato può essere ottenuta anche mantenendo l’elezione diretta proporzionale e universale, dei senatori, su base territoriale. Ciò che è stato approvato in sede di commissione Affari Istituzionali della Camera, se fosse convertito, sarebbe un colpo mortale alla rappresentanza politica e sociale.
L’effetto pratico di questa scelta è sconvolgente. Dato che nella proposta di legge si riduce il numero complessivo dei senatori e che quindi ciascun consiglio regionale dovrebbe sceglierne fra i propri membri un numero molto contenuto, l’unico modo per avere una rappresentanza su base tendenzialmente proporzionale sarebbe quello di stipulare intese molto estese. Ciò significa che in molte circostanze occorrerebbe accordarsi con l’intero centro sinistra. Se questo non avvenisse in molte regioni le forze minori (e in particolare quelle di sinistra) sarebbero automaticamente escluse. Un simile meccanismo comporta quindi il rischio che in molte realtà, per evitare l’esclusione, si determini un rapporto vincolante col nascente Partito Democratico. In altre parole, che quella che è ora una alleanza libera diventi sempre di più un’alleanza obbligata, pena l’esclusione dalla rappresentanza di uno dei due rami del Parlamento. Inoltre il lavoro dei Consigli Regionali, organi legislativi, sarebbe sacrificato dalla emigrazione settimanale di alcuni suoi componenti “senatori” svilendo e dimezzando il lavoro istituzionale. Chi ha scritto e approvato tale soluzione non conosce, evidentemente, il lavoro nelle Regioni.
A ben vedere le due disposizioni vanno nella stessa direzione. Se poi, a seguito di un esito vittorioso dell’eventuale referendum sulla legge elettorale, meccanismi di tipo fortemente bipolare si imponessero anche per l’elezione della Camera dei deputati, il gioco sarebbe in gran parte fatto e con la formazione del PD e la spinta al partito unico del centro destra sarebbe completo il passaggio dallo stesso bipolarismo al bipartitismo.
Per questo crediamo occorra porre rimedio alla situazione. Se Rifondazione comunista non vuole scivolare progressivamente sul piano istituzionale lungo la china di un soffocante processo bipolare e bipartitico deve differenziarsi e non accettare questa impostazione. Altrimenti tanti bei discorsi sulla necessità di contrastare le tendenze in atto all'”americanizzazione” della società italiana perderebbero qualsiasi credibilità.