Istinto, riflessione, amore. La Resistenza, una scelta di vita

A più di trent’anni dalla prima edizione, torna “La scelta” il libro autobiografico in cui lo storico Angelo Del Boca racconta le sue esperienze durante la Seconda guerra mondiale e la decisione di combattere tra i partigiani. Uscito originariamente nel novembre del 1961, “La scelta” viene riproposto in questi giorni, arricchito da una nuova introduzione dell’autore, dall’editore Neri Pozza (pp. 238, euro, 15,50). Vi proponiamo un ampio stralcio del capitolo conclusivo del volume, intitolato “Per un giorno o per la vita”, nel quale il comandante partigiano Guido ricorda nel luglio del 1960 i motivi che lo spinsero a combattere nelle fila della Resistenza.

Guido, che sino ad allora era rimasto in piedi, appoggiato alla cattedra, salì sulla pedana e si sedette al suo posto di maestro. «Se avete ancora un momento di tempo», disse con la sua voce ritornata normale, così chiara e scura, «vorrei raccontarvi una mia esperienza». Con la mano indurita tenne ferma contro il tavolo la scatola dei cerini, si piegò per accendere la sigaretta, e riprese: «Favorito dal mio lavoro, che non offre mai nulla di imprevedibile e mi risparmia ansie ed emozioni, favorite dal fatto che posso godere di questo quieto e sereno osservatorio, ho forse più tempo di voi per leggere e pensare. Da questa collina vedo Piacenza, Milano, le Alpi e, con un po’ di fantasia, anche il resto del mondo. Quando mi siedo fuori dalla porta osservo la pianura sotto la collina, credetemi, lo stimolo a pensare, a riflettere su ciò che abbiamo fatto, sul nostro destino di uomini, diventa fortissimo, insopprimibile. Quando dovevo guidarvi, non avevo molto tempo per valutare le cose. Sapevo soltanto di essere dalla parte giusta e questo mi dava il coraggio di rincuorarvi, di chiedervi sacrifici. Ma da quando è finita la guerra, ho avuto il tempo di riflettere, per colmare le mie lacune, per osservare ciò che accade sotto questa collina e ricavarne insegnamenti».

«Prima di tutto cercai di giudicare la nostra lotta, ciò che avevamo fatto tutti insieme, e che chiamavamo Resistenza. Non fu un’impresa facile, specie in quell’immediato dopoguerra corso dal vento della calunnia, quando per le rivalità politiche ogni cosa veniva messa in dubbio o contaminata. Ma scartando gli episodi per arrivare a una sintesi, mi avvidi che più di un fatto politico la Resistenza era stato un fatto morale. Era stata la protesta dell’uomo che si sentiva libero contro ogni imposizione dall’alto, contro ogni mistificazione, contro la pretesa che le sorti del fascismo e quelle della patria si identificassero e meritassero gli stessi sacrifici. Era stata la speranza in un mondo nuovo, dove gli uomini avrebbero continuato a esporre le loro diverse idee, a discuterle, a sperimentarle, a contraddirsi, anche, ma senza odio. Certo, la Resistenza era stata anche altro. Per alcuni, per esempio, era stata soltanto un’avventura, anche se indimenticabile. Per altri, che avevano avuto il privilegio di intuirne la portata morale e storica, restava una esperienza unica e irripetibile, legata a una infinita nostalgia. Per altri era stata il banco di prova di un esperimento politico. Per altri, ancora, un tentativo mancato di rivoluzione sociale. Ciascuno ne trasse lezioni e meriti diversi, ma tutto il paese, dalla Resistenza, ereditò lo slancio per conquistare il diritto alla repubblica e a una costituzione non regalataci dall’alto. Questo, dunque, era un fatto positivo, che nessuno poteva negare. Perciò, ogni volta che tornavo sull’argomento, partivo da questo punto».

«Giudicando il passato», continuò Guido, «mi accorgevo di arricchire una scelta che nel ’43 avevo fatto più per istinto che per convinzione; e m’innamoravo sempre di più della mia scelta, cercavo giorno per giorno di renderla più profonda e cosciente, anche perché mi avvedevo con quanta facilità molti altri vi rinunciassero, per comodo, interesse o viltà. Ci furono anni in cui non mi riusciva più di incontrare un solo giovane che confessasse di essere stato partigiano, così come il 25 luglio del ’43 non si era più riusciti a trova uno solo che si riconoscesse fascista. Tutti si erano messi a gettare fango sulla Resistenza. così come avevano supinamente accettato il fascismo. Era di moda ridere di Parri, inorridire per i “trecentomila fascisti” uccisi, vilipendere la “cosiddetta” Liberazione. Questo mi convinse che se la nostra era stata una guerra popolare, la prima della nostra storia di nazione, era anche facile denigrarla, approfittando dell’immaturità del nostro paese, del qualunquismo che era dentro di noi ancora prima che Giannini lo individuasse, del conformismo della paura, dell’ossessione del pericolo rosso, del timore delle carestie e dell’inferno».

Biffi pendeva dalle labbra di Guido. Mancini assentiva, di tanto in tanto, con cenni del capo. Colla ascoltava impassibile. Santi sorrideva ed era facile capire che avrebbe voluto polemizzare e che aspettava soltanto l’occasione più propizia.

«Così», riprese Guido, «mentre il partito di maggioranza accusava i comunisti di monopolizzare la Resistenza, si guardava bene, nel suo programma, di rifarsi alle origini della nuova democrazia. E mentre il governo decretava il 25 aprile giornata di festa nazionale, i suoi membri disertavano le cerimonia commemorative. Attaccata prima da tutte le parti e poi ignorata per anni, la Resistenza entrò in crisi. Nenni, deluso, affermava che le masse erano stanche; Parri faceva sentire in tutti i suoi discorsi celebrativi una nota di tristezza e di cupo pessimismo. Soffocare la Resistenza era anche soffocare ciò che essa conteneva di nuovo, la sua spinta sociale, il giudizio morale contro la violenza e la dittatura, un punto di riferimento per le nuove generazioni…».

Fu interrotto da Santi. «Posso una parola?» Ma fu Biffi a opporsi: «Continua, comandante, ti ascoltiamo».

Guido continuò: «Nello stesso tempo rinasceva il fascismo. Io credevo di conoscerlo, perché l’avevo combattuto. Ma quello che conoscevo io era il fascismo in divisa, la sua esasperazione, la sua agonia. Il nuovo fascismo riaffiorava sotto aspetti diversi. C’era il Msi che lo rappresentava ufficialmente. Ma era una parte trascurabile di esso. Il fascismo si esprimeva soprattutto attraverso la denigrazione di ogni seria iniziativa democratica, attraverso l’accettazione passiva dell’immobilismo centrista, attraverso il conformismo di alcuni ceti. Allora m’impegnai a studiarlo, così come avevo studiato la Resistenza. Cercai di dimenticare le grinte dei briganti neri, per osservare il fenomeno in generale, per individuarne lo stile, in mancanza di una dottrina; e mi accorsi che il fascismo era l’arbitrio in luogo della giustizia, la disciplina subordinata invece della parità dei diritti, il razzismo e la retorica. Mi misi a studiare i fascisti: i vecchi che avevano fatto dello squadrismo, quelli che avevamo combattuto noi, e i giovanissimi della terza generazione, e mi accorsi che tutti erano sensibili agli stessi dogmi nazionalisti, alle stesse pretese ecumeniche del fascismo, alle stesse attese messianiche, alle stesse promesse contraddittorie. Mi avvidi che avevano lo stesso modo di vivere, di giudicare, di reagire, di essere reazionari pur credendosi rivoluzionari. Che presentavano, persino, certe costanti somatiche. Che i giovani odiavano gli ebrei soltanto perché li avevano odiati i loro padri. Che disprezzavano tutto ciò che è straniero e persistevano senza alcun diritto a proclamarsi paladini della Chiesa contro l’ateismo. Che continuavano a essere triviali nella polemica, chiusi a ogni visione realistica, non utilizzabili per nessuno schieramento democratico. Anche la loro storia, mi accorsi era tutto un falso. Dei tredici “martiri” di Piacenza, per esempio, uno era morto di pleurite dopo un’azione “punitiva”, un altro ucciso per sbaglio dai carabinieri, due nel loro letto di morte naturale, uno sotto il tram per disattenzione e un altro (un ragazzo di quattordici anni) per una caduta del calesse».

«Vi domanderete se non avessi niente di meglio, dopo averlo combattuto, che occuparmi del fascismo. Vedete, io non chiedo molto alla vita: il fatto che sia rimasto quassù può provarvelo. Però sono testardo. E molto esigente. Così ho voluto andare a fondo nella vicenda che sta al centro della mia vita e chi mi dà il diritto di sentirmi uomo. Ho voluto fermarmi a lungo sui due lati della barricata, per rafforzare le mie convinzioni, per arricchire la mia scelta. Perché, voi sapete, ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno…».

Biffi era tutto emozionato e si lasciò scappare: «Bravo, comandante!»

«Poi siamo arrivati alle giornate di Genova e di Reggio», continuò Guido. «Sono state giornate di sangue, tristi, ma anche di grande speranza, perché hanno smentito il nostro pessimismo. Accanto a noi, in strada, sono scesi i giovani che non hanno fatto la Resistenza, ma che ne conoscono, nonostante il silenzio imposto, i valori. Si può dire, anzi, che sono stati loro i veri protagonisti di queste giornate. Quelli che hanno pagato con la vita e che pagheranno col carcere. Molti fra essi, come noi tanti anni fa, avranno scelto per istinto, e altri per riflessione e altri ancora per amore. E chi per un giorno e chi per la vita…».

Tacque un istante. Poi disse: «Hanno scelto la Resistenza, questo muro antifascista che si ricostituisce miracolosamente ogni volta che si profila un rischio totalitario e l’indebolimento della tutela istituzionale. Un fronte che riunisce gli uomini liberi, al di sopra dei partiti, e che si delinea sempre di più come una forza anticonformista, che non tollera lo Stato di polizia e lo Stato censore, lo Stato del privilegio e lo Stato dell’ipocrisia».

Guido fece una breve pausa, poi rivolgendosi a Santi aggiunse: «Caro Santi, non è colpa mia se hanno rimesso a nuovo il fascismo, se l’hanno riportato al governo, e noi ci troviamo, più o meno come tu dici, con le stesse beghe di quarant’anni fa. Ma poiché questa è la realtà, io che ho scelto non per un giorno, debbo continuare a rimanere sulla barricata per difendere le istituzioni democratiche che abbiamo dato al paese, i miei ricordi e i miei morti».

Tacque, ma aveva altro da dire e tuttavia sembrava indeciso. Si levò in piedi, scese dalla cattedra e appoggiandovisi contro il braccio rigido, soggiunse: «Certo, tutto sarebbe più chiaro e facile, se ognuno sapesse scegliere per la vita. Ma scegliere è difficile, lo so, e lo sapete anche voi che l’avete fatto sedici anni fa. E ancora più difficile è scegliere quando sembra che non sia nulla che spinga a farlo con urgenza. Scegliere nell’indifferenza, per la vita».