«Israele vuole le terre non una pace giusta»

«Sull’aereo diretto ad Islamabad la signora Rice ha commentato la vicenda del soldato israeliano “rapito”, come hanno definito quello che sotto ogni aspetto è un “prigioniero di guerra”, e ha definito l’operazione “un atto che non può essere tollerato”. Silenzio invece sulle migliaia, di palestinesi “rapiti”, torturati, uccisi, sulla distruzione delle loro case e dei loro campi. Sarebbero forse questi atti “tollerabili”? Non ci si può meravigliare dell’aumento della violenza se a livello internazionale la politica dei “due pesi e due misure” ha raggiunto livelli cosi aberranti». Bouthaina Shaaban, classe 1953, tailleur blu e capelli a caschetto, una delle due donne ministro nel governo siriano, scrittrice, ex portavoce del ministero degli esteri, ci esprime tutta la sua amarezza: “Parlano di democrazia e poi tagliano i viveri ai palestinesi perché non hanno votato come desideravano. Parlano del rispetto dei confini e poi nessuno chiede a Israele ragione delle violazioni dello spazio aereo siriano o libanese. Parlano di pace e fanno finta di dimenticare che i paesi arabi, a cominciare dalla Siria, hanno offerto una pace completa in cambio del ritiro sui confini del 1967.”
Bouthaina Shaaban ci riceve nel nuovo ministero per le comunità siriane all’estero, tra le montagne alle spalle di Damasco, nella città satellite di Dumar. «La gravità della situazione attuale – continua la signora Shaaban – sta nel fatto che non esiste alcuna autorità internazionale neutrale e obiettiva alla quale i palestinesi e gli arabi si possano rivolgere per far valere i propri diritti. Mi ricordo che quando studiavo a Londra c’era una grande sensibilità per quel che avveniva in Sudafrica. Adesso stanno spianando Gaza e nessuno interviene. Gli Stati uniti continuano a finanziare gli attacchi militari contro la popolazione palestinese e in Europa Javier Solana non ha detto nulla se non di «comprendere pienamente» che gli israeliani sono «molto nervosi».
Quale l’obiettivo dell’offensiva israeliana?
Il mondo sa bene che queste misure repressive non hanno nulla a che fare con il rapimento del soldato ma piuttosto puntano a costringere i palestinesi ad andarsene, privandoli dei mezzi di sussistenza – sono oltre 200.000 gli alberi di ulivo tagliati – e chiudendoli dentro un muro come in prigione. Qui non c’è un problema di religione ma di terre. Un problema coloniale. Una popolazione indigena che vive da secoli su quei territori cacciata via e sostituita da coloni venuti dal di fuori».
Perché questa intensificazione degli attacchi alla Siria?
Perché non vogliono restituire i territori occupati del Golan, puntano a spezzare qualsiasi sostegno politico alla resistenza palestinese e libanese, cercano di avere una sorta di mandato coloniale sul Libano, di dividere gli arabi tra di loro e procedere con la dearabizzazione dell’Iraq. Con queste tattiche e minacce sperano di farci accettare il fatto compiuto ma si illudono. La Siria ha 5.000 anni e dovremmo scordarci del Golan occupato dopo appena 50 anni? Nell’interesse generale, e non solo nel nostro, spetterebbe alla comunità internazionale far si che i nostri diritti vengano rispettati. Come si può pensare di costruire la pace se non a partire dal rispetto del diritto internazionale e dei diritti dei popoli?
La pace è ancora possibile?
Certamente, ventidue paesi arabi, con la storica decisione del vertice di Beirut del 2002, poi ribadita a Riyadh, si sono impegnati a fare una pace piena con Israele in cambio di un ritiro dai territori occupati di Palestina, del Libano e di Siria. Un’occasione questa che avrebbe potuto, e potrebbe dare, al mondo la pace ma che è stata rifiutata da Israele.
Perché Israele avrebbe rifiutato l’offerta?
Perché il loro obiettivo, come recita il documento del ’96 scritto dai neocon per Nethaniyahu sul futuro del Medioriente, non è la «pace in cambio di territori» ma «la pace per la pace», cioè loro si tengono i territori occupati e noi arabi dovremmo accettare in silenzio il loro diktat. In realtà vorrebbero i territori senza gli abitanti e a tal fine usano ogni mezzo che crea terrore per pulire etnicamente la Palestina dagli arabi, completare la colonizzazione e realizzare «il nuovo Medioriente». Il loro programma del ’96, poi in gran parte realizzato con Bush, prevedeva in particolare la fine del processo di Oslo, la distruzione dell’Iraq, un mandato coloniale sul Libano e a disgregazione della Siria. Il tutto coperto da una campagna mediatica, soprattutto Usa, che cerca di far passare le vittime per carnefici e i carnefici per vittime. Al punto che Israele con le sue bombe atomiche, osa chiedere ai palestinesi e agli arabi garanzie sulla sicurezza invece che darle a chi è sempre sotto attacco.