Israele, scossa a sinistra

Amir Peretz, ovvero un piccolo ciclone che in meno di ventiquattro ore ha cambiato il panorama politico israeliano. L’elezione del leader del grande sindacato Histadrut alla carica di segretario laburista non solo sembra infatti galvanizzare una sinistra fino alla scorsa settimana ridotta in pezzi, ma soprattutto sta aprendo scenari sul piano nazionale che sembravano davvero impossibili. Il governo Sharon che rischia di andare in minoranza. Le elezioni anticipate a marzo se non a gennaio. Uno scossone che potrebbe addirittura provocare un sisma di proporzioni storiche, con l’ipotesi di un nuovo partito centrista guidato da Sharon (per opporsi da un lato alla destra estremista e dall’altro alla sinistra favorevole al un negoziato con i palestinesi) con l’appoggio nientemeno che di Shimon Peres, grande sconfitto delle primarie laburiste che ancora ieri non sembrava proprio digerire il flop personale, l’ennesimo, forse anche l’ultimo.
Ha’aretz e Ma’ariv, a poche ore dalla vittoria di Peretz, hanno commissionato ieri un sondaggio su scala nazionale in proiezione delle eventuali elezioni. I risultati sono stati sorprendenti. Il partito laburista guidato da Peretz potrebbe infatti ottenere 27-28 seggi (su 120 totali nella knesset), un salto in avanti di quasi dieci punti percentuali visto che oggi il Labour ha appena 19 rappresentanti in Parlamento. A quel punto un ritorno del Labour al potere diventerebbe perlomeno una ipotesi, anche perché le posizioni di Peretz sul conflitto israelo-palestinese sembrano convincere in pieno le formazioni “a sinistra” del Labour. Ieri i giornali israeliani speculavano sulle cifre di una nuova coalizione, che potrebbe comprendere insieme al Labour i sionisti del Meterz-Yahad e Yossi Beilin, ma anche il partito di Michel Warschawski, la formazione degli arabi israeliani e sedurre l’ala di sinistra del partito anticlericale Shinui.

Certo, anche sulle ipotesi pesa la realtà di una sinistra comunque ripiegata su se stessa, da anni priva di valide alternative a Sharon sia sul piano sociale che, soprattutto, su quello delle soluzioni negoziali con l’Autorità nazionale palestinese. Per non parlare delle rivalità personali, non solo Peres che minaccia di andarsene. Prima di una qualunque alleanza col Meretz, Peretz dovrebbe infatti vincere l’opposizione di altri papaveroni laburisti, in particolare Ehud Barak che è considerato un suo acerrimo rivale ideologico. Anche da sinistra qualcuno mugugna. Yossi Beilin, ex generale che si era dimesso dal Labour in protesta con l’appoggio a Sharon e polemico con le posizioni di un Peres sempre più ostile alle rivendicazioni palestinesi, ieri ha accolto l’elezione di Peretz con una fredda intervista ad Ha’aretz, dove assicura di essere soddisfatto: «Ma dubito che Peretz possa cambiare il Labour, riuscendo dove ha già fallito Amram Mitzna». Di diverso avviso, Yossi Sarid, dirigente del Meretz che ha espresso sostegno alla piattaforma sociale di Peretz e alle sue posizioni sul conflitto con i palestinesi.

Eppure, a giudicare dalle prime dichiarazioni pubbliche e dalla sua storia personale, Peretz sembra avere le carte in regola per rappresentare almeno un’opposizione con una identità precisa. Persino l’unica “mancanza” che qualche commentatore notava ieri, il fatto di essere un sefardita all’interno di un mondo largamente dominato dagli askenazi, paradossalmente potrebbe trasformarsi in un vantaggio, riflesso dei cambiamenti della società israeliana ad alta percentuale di immigrazione.

Peretz è nato in Marocco nel 1952, è cresciuto in una famiglia modesta di lavoratori in una città anonima di immigrati e fabbriche, Sderot, nel Sud di Israele a poca distanza dalla striscia di Gaza. Non rappresenta solo una nuova generazione di dirigenti laburisti, ma anche la domanda interna per il ritorno del partito alle sue «radici socialdemocratiche». Parla di pace con i palestinesi, assicura che «la soluzione del conflitto può essere vicina, basta avere la volontà e la pazienza di negoziare», ma insiste sul welfare, la scuola, la lotta alla povertà e i servizi.

Il suo obiettivo dichiarato è ambizioso: far risalire il Labour alla popolarità precedente al 1977, quando per la prima volta il Likud vinse un’elezione (rompendo un monopolio laburista che durava dalla nascita di Israele nel 1948) proprio grazie ai voti dell’immigrazione sefardi. Se ci riuscirà o no, dipenderà da molti fattori esterni, ma anche dalla sua abilità nel non farsi travolgere dal tritacarne delle rivalità interne. Comunque vada, nella knesset il fronte della pace o favorevole ai negoziati pesa di più. E l’ago della bilancia si sposta (un po’) a sinistra.