Israele, sciopero generale nella regione araba

Ventimila persone ai funerali delle vittime della strage di Shefaram. Hamas e le brigate Al Aqsa: il responsabile è Sharon

Sciopero generale in tutta la regione araba del nord di Israele; più di ventimila persone ai funerali delle vittime del terrorista ebreo (come lo ha definito lo stesso Sharon) autore della strage di Shefaram; rabbia e protesta fra la popolazione locale musulmana ma anche cristiana (come due delle quattro vittime); sventolio nelle strade di bandiere nere e di vessilli palestinesi; centinaia di soldati e poliziotti mobilitati per far fronte ad ogni evenienza. Per molte ore si è temuto, fra l’altra sera e ieri mattina, che potesse ripetersi quanto accaduto cinque anni fa, quando in concomitanza con l’inizio della seconda Intifada (dopo la provocatoria “passeggiata” di Sharon sulla spianata delle moschee a Gerusalemme) la rivolta dilagò anche in tutta la Galilea e la pesante repressione dell’esercito lasciò sul terreno tredici morti e un gran numero di feriti, tanto che poi l’allora primo ministro Barak si sentì in dovere di recarsi di persona a chiedere scusa a quei palestinesi che sono a pieno diritto (almeno in teoria) cittadini dello stato di Israele. In effetti giovedì sera, dopo il linciaggio del terrorista da parte della folla, sarebbe bastato un nonnulla per dare fuoco alle polveri; e certamente proprio questo era l’intento del 19enne Eden Natan-zada, provocare cioè una sollevazione degli arabi di Galilea e creare così una situazione che renda impossibile il ritiro da Gaza. Ed è solo una delle tante ironie della sorte il fatto che così facendo proprio un razzista israeliano abbia obiettivamente sottolineato il legame fra i cosiddetti arabi di Israele e i palestinesi dei territori occupati (e teoricamente autonomi) mettendo in luce certo involontariamente l’unità culturale e di sentimenti del popolo palestinese, dovunque collocato. Non a caso il partito Kach, al quale l’assassino apparteneva, sostiene la espulsione in massa di tutti i palestinesi, sia quelli dei territori che quelli di israele. Tutto ciò fra l’altro autorizza il sospetto che non si sia trattato di un gesto isolato, dell’atto inconsulto di un singolo fanatico, ma che ci fossero dietro complicità e connivenze, come confermerebbe la notizia dell’arresto, compiuto ieri dalla polizia, di tre “amici” del terrorista, sospettato per ora (almeno formalmente) soltanto di essere stati a conoscenza del suo progetto omicida; senza contare anche le possibili negligenze od omissioni di chi avrebbe potuto prevedere o impedire quanto è accaduto e non lo ha fatto, come accusano esplicitamente la madre di Natan-zada e alcuni commentatori dei giornali israeliani.
Il funerale delle quattro vittime si è svolto ieri mattina a Shafaram, come si è accennato, con una grandiosa partecipazione popolare. Un lunghissimo corteo ha inondato le vie della cittadina, mentre tutti i negozi e uffici avevano porte e serrande sbarrate in segno di lutto; i partecipanti alla cerimonia portavano drappi neri e bandiere palestinesi e scandivano slogan contro il razzismo e contro gli “agitatori anti arabi”. Le vittime erano due sorelle musulmane, l’autista del bus e un altro passeggero entrambi cristiani. Strazianti le scene di dolore dei familiari e degli amici, ma non sono mancati naturalmente propositi e invocazioni di vendetta. Una presa di posizione in questo senso è venuta, dai territori occupati, dalle leadership di Hamas e delle brigate Al Aqsa, che hanno accusato Sharon di essere «politicamente responsabile» della strage; Hamas in particolare ha puntato l’indice contro i coloni definendoli «figli del diavolo».

La corresponsabilità del movimento oltranzista dei coloni è peraltro fuori discussione. Dopo aver disertato dall’esercito un paio di mesi fa, Eden Natan-zada viveva nell’insediamento di Tapuah, in Cisgiordania, considerato culla degli elementi più estremisti. Nonostante ciò, e malgrado fosse un disertore, nessuno si era sognato di togliergli il fucile di ordinanza, lo stesso con cui ha compiuto la strage. Esplicita e drammatica in proposito l’accusa della madre del terrorista, signora Debora Derby, che considera i vertici militari doppiamente responsabili per l’azione omicida del figlio e anche per la sua successiva morte ad opera della folla inferocita. «E’ l’esercito – ha detto la signora Derby – il colpevole di quello che è accaduto, l’esercito che gli aveva dato un’arma pur sapendo che abitava a Tapuah; ora me lo hanno ucciso, hanno posto fine alla mia stessa vita. La colpa – ha ripetuto disperata – è dell’esercito». Non si tratta soltanto di uno sfogo disperato e generico, ma di una accusa circostanziata. La donna ha detto infatti al quotidiano “Haarez” di avere più volte cercato invano di contattare i superiori militari del figlio per avvertirli che egli costituiva un pericolo, che «con l’arma che si era portato via avrebbe potuto commettere qualcosa di molto grave» a causa delle sue idee estremiste, e per questo «li avevamo implorati, mentre lo cercavano (come disertore), di disarmarlo». Ma nessuno le ha dato retta.

Un crimine annunciato insomma; e in questo senso si esprimono buona parte dei mass media e degli analisti politici che parlano di “tremendo fallimento” dei servizi di sicurezza. Esemplare l’editoriale di “Yediot Aharonot”, secondo il quale «il punto è che si tratta di uno scandalo. Per molti mesi ci hanno messo in guardia sul rischio che ci fosse un terrorista ebreo: è così che si sono preparati ad affrontarlo?». Ora il peggio è avvenuto. Il crimine di Natan-zada può innescare sia un effetto emulazione che episodi eguali e contrari di reazione.