Israele riporta la guerra nel paese dei cedri

Le autorità israeliane avevano annunciato una reazione «dolorosa» e il dolore è arrivato. Per tutta la giornata di ieri aerei israeliani hanno colpito in diversi punti del Libano. Una guerra dai cieli che ha colpito i ponti e le strade che collegano Beirut con il resto del Paese, l’aeroporto della capitale, due basi aeree libanese e la maggior parte delle infrastrutture del sud. E poi ogni angolo del Paese dei cedri che l’esercito di Tel Aviv individua come roccaforte di Hezbollah, a cominciare dal quartiere periferico e povero di Hart Hreik, a sud di Beirut, dove gli sciiti sono la maggioranza e il partito di Nasrallah è particolarmente forte. I raid sono cominciati la mattina e non si sono mai fermati: a sera le navi facevano fuoco sulle zone sud di Beirut e il deposito di carburante dell’aeroporto era in fiamme. Colpite anche le antenne della televisione satellitare del partito di dio, Al Manar. Il numero delle vittime dell’operazione “Giusta compensazione” cresce ogni ora, ieri sera si parlava di 53 vittime civili, tra cui diversi bambini. Ma il bilancio è destinato a diventare più pesante. Dopo questo primo bilancio, le operazioni militari non si sono certo fermate.
Dal punto di vista militare l’obbiettivo di Israele sembra essere quello di colpire Hezbollah il più forte possibile, da terra, dal cielo e dal mare (alcune navi hanno bloccato i porti libanesi) e, parallelamente, di impedire gli spostamenti dei gruppi della milizia sciita. Già dalla mattina, del resto, il comando israeliano aveva avvertito le popolazioni sciite di Beirut, anche lanciando volantini sulla città, di stare lontano dagli uffici del partito di Nasrallah. L’idea potrebbe essere quella di fare terra bruciata intorno alle milizie e ristabilire il controllo su una parte del Libano meridionale abbandonata nel 2000 in maniera da impedire qualsiasi attacco verso Israele. Come spiega molto chiaramente Daniel Ayalon, ambasciatore di Tel Aviv all’Onu, gli attacchi continueranno fino a quando le milizie Hezbollah non saranno neutralizzate.

Le strade colpite, quella che collega a Damasco e la superstrada per Sidone (costruita da Rafik Hariri, l’ex premier assassinato), rendono più difficoltosa la fuga alle migliaia di persone che cercano riparo in Siria. Dalla capitale libanese infatti, fuggono con ogni mezzo turisti e cittadini libanesi che temono il peggio.

Il gruppo dirigente del partito filo iraniano era certamente preparato a una risposta così brutale e sta rispondendo al fuoco. Piccole incursioni decine di razzi lanciati contro ogni obbiettivo raggiungibile all’interno del territorio israeliano. Nahariya, Ben Ami e Safed sono le località colpite con la minaccia di colpire colpito Haifa, la terza città del Paese. Una televisione israeliana ha parlato di due missili caduti sulla città costiera, ma è stata smentita dal canale satellitare di Hezbollah. Colpi di cannone anche sulla postazione militare di Zarit, il luogo dal quale sono stati rapiti Ehud Goldwasser, 31 anni e Eldad Reghev, 26, i due soldati presi in ostaggio mercoledì. Un uomo e una donna sono morti a Safed e Nahariya, dove al momento della pioggia di katyuscia si trovava anche il ministro della Difesa Amir Peretz. Nel nord di Israele i feriti sono decine, trenta di questi sono arabi israeliani di un villaggio nei pressi di Safed.

In questo contesto il governo libanese è in un imbuto: debole internamente, prende le distanze dal partito sciita filo iraniano e invoca l’intervento del Consiglio di sicurezza dell’Onu, convocato d’urgenza per oggi. Il premier Fuad Siniora condanna le azioni di Hezbollah, e il Consiglio dei ministri cerca di spiegare che le operazioni di Israele «non portano da nessuna parte», sollecitando il rispetto della linea blu (il confine stabilito riconosciuto dall’Onu dopo il ritiro dal sud del Libano nel 2000). Il ministro Ghazi Aridi ci tiene poi a ribadire che il governo ha «il dovere di diffondere la propria autorità su tutto il territorio libanese»: che significa che a Beirut vorrebbero togliere alle milizie di Nasrallah il controllo del confine più delicato. Il problema di Beirut è che non sembra avere la forza di fermare nessuna delle parti che si stanno combattendo sulla testa dei libanesi.