Israele ora può «finire il lavoro»

C’è una bozza di risoluzione sulla crisi Israele-Libano e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si avviava a discuterla nel pomeriggio di ieri, troppo tardi per riferire l’esito della discussione. Il presentatore ufficiale della bozza di risoluzione doveva essere il rappresentante francese, Jean-Marc de La Sabliere, ma con la specificazione che il suo contenuto era stato approvato anche dagli Stati Uniti. Su che base? Fino al pomeriggio di ieri solo gli interessati sapevano esattamente cosa contenesse la bozza di risoluzione, ma le anticipazioni più o meno interessate dicevano che il compromesso fra i due Paesi – che hanno discusso intensamente negli ultimi due giorni e i cui rappresentanti nelle ultime 48 ore si sono visti continuamente – è stato raggiunto grazie a una sorta di «pareggio». Il punto cruciale sembra essere la formula «piena cessazione delle ostilità», con la mancanza cioè del termine «immediata». Alcune fonti dicevano che quella specie di parolina magica era presente in altra parte della bozza, dove però era stata messa in modo «non definitivo», e chissà cosa volesse dire.
Il «pareggio», invece, sarebbe consistito nel fatto che gli Stati Uniti avrebbero ottenuto di inserire nella bozza il diritto di Israele a riprendere immediatamente le ostilità, mentre la Francia avrebbe ottenuto la stipula dell’accordo non «dopo» il dispiegamento della forza internazionale di pace da creare appositamente, come sostenevano sia Washington che Tel Aviv, ma «prima», assegnando provvisoriamente il compito di monitorare la cessazione delle ostilità alle truppe dell’Unifil, già presenti in zona. In questo modo, la creazione della nuova forza internazionale di pace – quella cui l’Italia ha detto di essere pronta a partecipare – sarebbe la conseguenza dell’accordo politico da raggiungere con un ulteriore lavoro diplomatico destinato a cominciare subito dopo la cessazione delle ostilità e con l’obiettivo di stabilire una pace «a lungo termine».
I contenuti di quel lavoro futuro che la bozza anticipa sono la liberazione dei soldati israeliani rapiti dagli hezbollah e la «sistemazione» dei prigionieri libanesi fatti dalle truppe israeliane; il «pieno rispetto» della linea di confine fra Libano e Israele internazionalmente riconosciuta, il che sembra – ma non era chiaro, ieri – implicare il pronto ritiro delle truppe israeliane dal territorio libanese; il disarmo delle milizie degli hezbollah e il blocco della vendita di armi a «tutte le entità», con la sola eccezione del governo del Libano che invece sarebbe autorizzato ad acquistare tutte le armi che vuole, con l’idea – si sentiva commentare al Palazzo di Vetro – che siano i suoi soldati a «ripulire» il Sud del Paese dalla presenza degli hezbollah.
Tutto questo è naturalmente legato all’accettazione di coloro che stanno effettivamente combattendo, e non è che ciò sia proprio pacifico. Gli hezbollah hanno già fatto presente che di cessate il fuoco non si parla nemmeno, almeno finché le truppe israeliane non lasciano il territorio libanese. E quanto a Israele, subito dopo l’inizio delle ostilità ha messo in chiaro che il rapimento dei suoi due soldati è, certo, una cosa grave, ma che il suo obiettivo è quello di «ridimensionare» gli hezbollah e che per ottenerlo ha ancora bisogno di un paio di settimane. Qui però si inserisce il problema che i «risultati militari» che Israele si aspettava non ci sono stati. Molti civili libanesi ammazzati, grandi distruzioni compiute, ma decisamente pochi i gruppi di hezbollah neutralizzati.
Che questo problema degli scarsi risultati militari israeliani sia entrato nell’impegno messo dagli americani a discutere per 48 ore con i detestati francesi, faceva parte delle speculazioni che circolavano ieri fra i diplomatici e i funzionari dell’Onu. Di sicuro loro ritengono di avere «ceduto» parecchio, tanto che a Washington – o più esattamente a Crawford, nel Texas, dove George Bush è in vacanza e dove ieri è stato raggiunto dalla Condoleezza Rice – sono convinti che questa risoluzione verrà approvata quasi senza discussioni. Anzi, la Condoleezza ha già detto che verrà apposta a New York per essere lei a porre la firma a nome degli Stati Uniti.