Israele, «normalità» del sangue

Il sangue di cinque innocenti che vanno al mercato ha fatto svanire le pie illusioni nutrite da quanti si erano entusiasmati per il ritiro da Gaza. La tragedia del terrore impone il ritorno a un conflitto che una diffusa propaganda aveva cercato di gettare nel dimenticatoio. Il jihad islamico ripete un messaggio che non farà altro che intensificare la catena di vendette e contro-vendette. A mezzogiorno di ieri una bomba è scoppiata in un appartamento di Tel Aviv, uccidendo tre persone e mettendo a rischio la stabilità dell’edificio. Ma questa bomba non ha causato grande costernazione in Israele, dal momento che si trattava di quello che la polizia israeliana definisce un «incidente sul lavoro»: le vittime sono elementi criminali che preparavano un qualche «lavoro» nella guerra tra i vari gruppi che si contendono il controllo dei bassifondi.

Poche ore dopo, qualcos’altro è accaduto, gettando il paese intero nella «normalità» del sangue. Quest’altro «incidente» incrina la falsa tranquillità delle ultime settimane.

Quella stessa «tranquillità» che ha portato James Wolfensohn, rappresentante americano del Quartetto, a diffondere un documento molto pessimista sulla situazione a Gaza. Wolfensohn, ex presidente della Banca mondiale, non è di sinistra; non è anti-semita né anti-israeliano; si limita a osservare la realtà e a dire che la situazione a Gaza peggiorerà se l’atteggiamento israeliano non cambierà rapidamente. Gaza è circondata; l’occupazione continua sotto un’altra forma; l’entrata e l’uscita delle merci si fa sempre più difficile; arrivare a un ospedale israeliano è un’impresa quasi impossibile; la disoccupazione e la fame sono all’ordine del giorno. La promessa connessione con la Cisgiordania continuerà a essere discussa in incontri a cui Israele non si preoccuperà di partecipare. Fonti ufficiali israeliane fanno sapere che stanno esaminando il documento. Nel suo editoriale di ieri, Haaretz chiedeva un urgente cambiamento di atteggiamento, ma i ministri continuano a scaldare le loro poltrone.

Qualche giorno fa, una cellula terroristica palestinese ha assassinato tre giovani coloni israeliani. La reazione pavloviana dell’esercito ci ha riportato agli allegri giorni in cui Mofaz era comandante delle forze armate: alle automobili private di palestinesi è stato vietato il transito nelle strade centrali della Cisgiordania.

E’ difficile spiegare in poche righe cosa significa per la vita quotidiana in Cisgiordania questo divieto: la difficoltà di andare al lavoro, a scuola, dalla propria famiglia.

E’ arrivato il tempo di raccogliere le olive. I coloni israeliani hanno già bruciato centinaia di alberi; hanno attaccato i contadini palestinesi; alcuni israeliani di sinistra andranno con loro nei campi; e l’esercito ha già deciso, per evitare disordini, che la raccolta delle olive è permessa solo alcuni giorni della settimana.

A causa del terremoto in Pakistan e degli uragani che hanno colpito le Americhe, nelle ultime settimane è stato difficile informare sulle azioni di repressione condotte dalle forze israeliane. E nessuno è particolarmente interessato a quanto sta accadendo. Gli arresti di decine di persone sono all’ordine del giorno. Ogni giorno qualche palestinese viene assassinato dalle forze di sicurezza. Sono tutti armati, fino a quando in qualche caso viene dimostrato che in realtà non erano armati. Sorry, è stato un errore. O un orrore.

Il «governo» di Abu Mazen non è niente di più di una promessa. Il suo rafforzamento e la sua stabilità dipendono dalle modalità dell’occupazione; dalla liberazione di centinaia o migliaia di detenuti; da un miglioramento delle condizioni di vita reale e non dalle alchimie della diplomazia.

Dobbiamo sempre e comunque condannare il terrore, perché la criminalità del Jihad porterà solo a una tragedia maggiore. Però il sangue sparso ieri è solo un crudele avvertimento: la catena di sangue non si può interrompere solo con il ritiro da Gaza; un popolo sotto occupazione e privo di speranza continuerà a soffrire la violenza dell’occupazione. E la disperazione e l’odio accumulati porteranno molti a perseguire la via della violenza.