«Israele non ha imparato da Rabin»

Dieci anni dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin il dato più significativo è che in Israele al potere ci sono non pochi esponenti di quella destra che sbraitando contro gli accordi di Oslo generò quel clima irrespirabile nel quale Yigal Amir portò a compimento l’omicidio del primo ministro laburista, «colpevole» di aver restituito ai palestinesi qualche chilometro quadrato della loro terra occupata. Benyamin Netanyahu su tutti ma anche il premier Ariel Sharon. Entrambi, all’inizio dell’Intifada di Al-Aqsa (2000) si scagliarono contro i «criminali di Oslo» che avevano «portato Israele alla rovina». In un mondo alla rovescia, in cui il 25% degli attivisti laburisti sostengono che Sharon è il vero «erede» di Yitzhak Rabin, ieri sono cominciate le commemorazioni del primo ministro. Le più importanti si svolgeranno il 12, 13 e 14 novembre, quando in Israele arriveranno personalità internazionali come l’ex presidente Usa Bill Clinton, e capi di stato e di governo (tra cui Silvio Berlusconi). Ieri si è svolta una cerimonia funebre al cimitero del Monte Herzl a Gerusalemme con i familiari di Rabin, i dirigenti del partito laburista e di altre forze politiche. I giornali hanno rievocato la figura del premier assassinato e riferito le ultime «rivelazioni clamorose»sui complotti per uccidere Rabin. Quello che si sa di sicuro è che malgrado un massiccio apparato di sicurezza, il 4 novembre del 1995 a Tel Aviv un giovane estremista ebreo, Igal Amir, riuscì a uccidere Rabin sparandogli a distanza ravvicinata. A distanza di dieci anni, alcuni si sono chiesti cosa resta del periodo degli accordi di Oslo, di quella prima intesa che, pur essendo considerata dai palestinesi – che aspiravano a aspirano tuttora all’autodeterminazione – molto limitata e frustrante, venne subito descritta come il sentiero che avrebbe portato ad una pace storica tra i due popoli . Il vizio antico di voler parlare subito di «pace fatta» che si ripete ogni volta, come per il piano di evacuazione di soldati e coloni israeliani da Gaza portato a termine da Sharon. In una ricorrenza così solenne non c’è stato spazio per commenti più articolati della figura del primo ministro assassinato. A tributare onori è stato soprattutto il vice premier, il laburista Shimon Peres. «Rabin non tornerà più ma la sua visione politica è ancora con noi – ha scritto su Yediot Ahronot – Il suo assassinio fece fare un salto all’indietro (agli accordi di Oslo) ma non ha fermato la Storia». Secondo Peres, grazie a Rabin, gran parte della popolazione israeliana ha capito che non si può dominare il popolo palestinese. Persino alcuni esponenti di destra ieri hanno esaltato la figura di Rabin. Il ministro Ehud Olmert (Likud) ha riconosciuto che negoziando con l’Olp «Rabin si dimostrò molto coraggioso e fece capire all’intera società israeliana che era venuto il momento cambiare rotta». Belle parole, bei discorsi nel cimitero di Monte Herzl dove gli unici ad esprimere dubbi sulla «maturità» raggiunta dall’opinione pubblica israeliana sono stati espressi proprio dai familiari di Rabin. La sorella, Rachel, ha commentato con amarezza che «Israele non ha imparato nulla da quell’omicidio, gli israeliani non hanno capito la lezione». Parole che hanno trovato tante conferme nelle ultime ore. Come nel caso dell’esclusione degli studenti arabi israeliani dalla piscina del Lerner Sports Center collegata alla Università ebraica di Gerusalemme. A riferirlo è stato una rete televisiva israeliana, Canale 10, e due giorni fa a protestare contro questa discriminazione c’erano decine di studenti ebrei giunti anche da Tel Aviv. Nei Territori occupati invece il bambino con in mano una pistola-giocattolo colpito da un militare è sempre in pericolo di vita. E’ accaduto giovedì a Jenin (Cisgiordania) dove un soldato ha sparato da 130 metri di distanza e colpito un «uomo armato»; invece era un ragazzino di 12 anni che ora lotta tra la vita e la morte in ospedale. Un «tragico errore», il portavoce militare ha detto che «l’arma sembrava vera». Il deputato arabo israeliano Mohammed Barake ha accusato l’esercito israeliano di essersi specializzato nelle uccisioni di bambini palestinesi. L’«eredità» di Rabin non c’era certo ieri a Bilin (Cisgiordania), dove, come ogni venerdì, i soldati hanno caricato con violenza i pacifisti israeliani che, assieme ai palestinesi, protestavano contro la costruzione del muro che annette ad Israele buona parte della Cisgiordania. In manette sono finiti il portavoce di «Gush Shalom», Adam Keller, e due operatori della televisione araba Al-Jazira.

Ieri non sono mancate in Israele voci contro la «beatificazione» di Rabin al quale sono stati dedicati un ospedale, 26 strade, viali e ponti, 28 istituti scolastici, 13 monumenti, 11 piazze, 14 nuovi quartieri, 7 parchi naturali, 2 sinagoghe, una centrale elettrica, un’autostrada e una base militare. Il quotidiano «Haaretz» qualche giorno fa ha chiesto di non fare di del premier ucciso un mito mentre la scrittrice Arianna Melamed ha smentito il cambiamento in meglio dell’opinione pubblica israeliana e denunciato che le forze eversive, contrarie alla pace con palestinesi ed arabi, sono diventate più forti negli ultimi dieci anni tanto da far temere un nuovo omicidio politico. I palestinesi da parte loro ricordano che durante la prima Intifada (1987-93) Rabin (a quell’epoca ministro della difesa) ordinò ai suoi soldati di spezzare mani e braccia ai rivoltosi per impedire loro di lanciare pietre ai veicoli militari e scrivere slogan sui muri.