«Israele, l’uso della violenza non porta la sicurezza»

«A volte guardando la televisione scene di massacri non riesco a distinguere se si tratta della Palestina o dell’Iraq: la stessa violenza, le stesse demolizioni di case, il sangue, lo stesso modo di legare le mani dei prigionieri, di bendare gli occhi. Stati uniti e e Israele opprimendo i popoli in questo modo fanno crescere l’odio invece della pace, diffondono la cultura della violenza e questo non può portare alla sicurezza né in Iraq né in Israele» sostiene Zahira Kamal, ministra palestinese degli Affari delle donne, a Roma per partecipare a un seminario all’interno del progetto «Tamkeen».

La notte scorsa gli Usa hanno posto nuovamente il veto su una risoluzione di condanna a Israele.

Non sono sorpresa, se gli Usa assumono una posizione rispetto all’Iraq devono fare lo stesso con Israele. Gli Stati uniti hanno già dato luce verde a Sharon per quella che viene definita la sicurezza contro il terrorismo, ignorando invece il terrorismo di stato che Israele sta praticando da 38 anni, occupando la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, adottano misure contrarie alle convenzioni internazionali sui diritti umani: demolendo case, distruggendo alberi, uccidendo, isolando le città, controllando le strade, costruendo un muro di separazione lungo 870 chilometri e alto 8 metri, che supera tre volte in altezza e dieci in lunghezza quello di Berlino. Non si tratta di una separazione tra israeliani e palestinesi, come spesso all’esterno si crede, il muro è costruito dentro la Palestina e separa i palestinesi dalle scuole, ospedali, impedisce a 400.000 palestinesi di usufruire di servizi o di lavorare le loro terre. 100 villaggi palestinesi sono rimasti isolati dal muro. Se Israele vuole costruire un muro lo faccia sui confini del 48. Questa situazione aumenta l’odio, il rancore. Una donna mi raccontava che da casa sua da quando è stato costruito il muro non vede più il sole sorgere e tramontare e per questo è caduta in depressione. Anche in questo modo si uccide. Indirettamente.

Essere ministra nella realtà palestinese non è facile: da una parte la repressione di Sharon e i suoi effetti, dall’altra il governo palestinese a volte contestato. Come fa fronte a questa situazione?

Lavorando solo per dimostrare al popolo che si sta facendo qualcosa di cui può beneficiare. E poi operando nella trasparenza, consultando la base, coinvolgendola nelle decisioni. Quando vado da Gerusalemme a Ramallah, mi fermo sempre al check point di Qalandia, i palestinesi vedendomi condividere la loro sorte capiscono che lavoro per loro e lo apprezzano. Quando ho dovuto decidere un piano di azione per i prossimi tre anni ho consultato 500 donne, di aree diverse, in uno dei seminari che abbiamo fatto erano presenti ottanta organizzazioni. Presso il ministero vi sono dei comitati di consulenza di accademici, di esperti delle questioni dello sviluppo, di giuristi. Chiedo loro di partecipare volontariamente, in cambio hanno l’opportunità di partecipare alla realizzazione di progetti. Così pur avendo uno staff molto limitato lavoro con molta più gente. Sono molto orgogliosa del lavoro realizzato in meno di un anno. Lavoro con trasparenza seguendo il mio mandato senza sostituirmi nel ruolo delle organizzazioni. Il ruolo del ministero è quello di organizzare gli sforzi delle organizzazioni delle donne perché possano raggiungere gli obiettivi, monitorare e valutare i progetti e anche cercare i finanziamenti. E’ quello che abbiamo fatto finora e abbiamo avuto il sostegno della comunità.

Questo potrebbe essere un modello anche per altri ministeri accusati di mancanza di trasparenza.

Fin dall’inizio abbiamo lavorato con il Comitato delle riforme per cercare di realizzare il modello da loro proposto, abbiamo continue consultazioni anche quando individuiamo le priorità. Il mio staff è composto essenzialmente da giovani, voglio costruire una generazione per il futuro, peraltro i giovani imparano molto più velocemente. Il mio ruolo è quello di trasferire la mia esperienza e conoscenza ad altri. Ma non da soli, abbiamo bisogno della partecipazione di altri attori per coordinare le nostre azioni.

Lei è qui anche per partecipare a un seminario nell’ambito di un progetto di cooperazione con l’Italia. Di che progetto si tratta?

Il progetto si chiama Tamkeen, empowerment in arabo. Io ho cercato di costruire con i donatori un rapporto diverso affinché non si trattasse di «potere su» ma «potere con». Di solito nei progetti di cooperazione con i paesi del terzo mondo, chi fa i training ha un atteggiamento «colonialista». Invece io penso che debba esserci uno scambio tra le parti che fanno cooperazione: entrambe devono contemporaneamente dare e ricevere. Per esempio: noi stiamo discutendo di decentralizzazione e voi avete delle esperienze con cui possiamo confrontarci. Anche noi abbiamo delle esperienze da comunicare e questa conoscenza ci dà un potere. A partire da questo concetto di «empowerment» abbiamo costruito parallelamente con il partner italiano, relazioni a livello governativo, universitario e di ong. Le palestinesi che ora sono qui e hanno partecipato ai seminari sono molto soddisfatte: non hanno ascoltare delle lezioni, c’è stato uno scambio che ha permesso di analizzare in profondità i progetti.