Israele dietro lo schermo delle bandiere bruciate

Quante bandiere con la Stella di Davide dovranno essere bruciate per far dimenticare definitivamente e a tutti, proprio a tutti, da destra a sinistra passando per l’ambasciatore di Israele, i contenuti reali della questione arabo-israeliana o israelo-palestinese? Il compito della politica alta è di commentare le bravate di alcune decine di vandali autonomi o organizzati o di cercare i rimedi per sanare il vulnus recato alla legge e all’etica internazionale e, nel concreto, ai diritti dei palestinesi?
Se si brucia una bandiera a Milano fra corso Buenos Aires e piazza San Babila il dramma della Palestina non ne è nemmeno scalfito. E dunque il gesto, oltre che riprovevole, riprovato e riprovabile, è politicamente irrilevante. L’occupazione non finisce e la politica, senza farsi distrarre o fuorviare dalle bandiere, dovrebbe continuare ad averla presente come la priorità assoluta. Ci sono innumerevoli risoluzioni dell’Onu a ricordarcelo: risoluzioni, tutte, come è ampiamente noto, ignorate da Israele. Ma nessuno sembra inquieto per la presenza incombente dei carri armati con la Stella di Davide e la perpetuazione di quel poco o tanto di «governo» esercitato da Israele in Cisgiordania, non più su Gaza dall’estate scorsa, anche se le forze armate israeliane entrano ed escono dalla Striscia per compiere i loro raids punitivi o intimidatori.
Che senso ha celebrare la Resistenza il 25 aprile e negare il diritto di resistenza al popolo palestinese, che è sotto occupazione da quasi quarant’anni, due generazioni, una decina d’anni in più dell’occupazione italiana della Libia, e che vegeta in una specie di limbo giuridico da cui non è uscito né con quel pallido simulacro di stato che è l’Autorità nazionale né con lo svolgimento di elezioni. Tutti hanno preso atto che il voto per il parlamento è stato free and fair, ma purtroppo i risultati non sono piaciute a Israele, a Solana e alla Rice. E tanto basta. Senza volerlo, in perfetta buona fede, è come ammettere che certi diritti valgono solo per alcuni popoli, per alcune fattispecie storiche.
Certo, la lotta dei palestinesi – a parte l’uso improprio della violenza, che ha i civili come vittime principali, non diversamente tuttavia da quanto avviene per le ritorsioni di Israele e per le «nuove guerre» censite da Mary Kaldor – è sempre sul limite di riproporre una negazione che travolgerebbe lo stato di Israele. Il «rifiuto» arabo all’epoca della nascita di Israele è un dato di fatto. Al rifiuto si sono variamente associati tutti gli arabi, anche gli stati costituiti, chi per convinzione e chi per opportunismo, alimentando con quella opposizione il complesso dell’Olocausto e fornendo nuova linfa alla strategia d’attacco condotta da Israele all’ombra dello scudo garantito dagli Usa. Con qualche buon argomento si è sostenuto che, per come si è svolta, la seconda Intifada potrebbe aver rivelato che nella percezione dei palestinesi la legittimità di Israele è ancora un tabù. Israele però ha messo in atto a sua volta un suo «piccolo rifiuto» contro la Palestina, che a torto non gli ha meritato e non gli merita una stessa sanzione sul piano internazionale. Questa asimmetria ha falsato dall’inizio la gestione della questione arabo-israeliana addossando agli arabi e in particolare ai palestinesi l’onere di provare le proprie ragioni come se Israele avesse il diritto di «difendersi» con tutti i mezzi. In un sistema che riconosce solo gli stati, la Palestina ha sempre patito la mancanza di uno stato e si è continuamente trovata a fare i conti con questa sua inferiorità, tanto più quando le è venuto meno o ha scartato l’aiuto in surroga degli stati arabi.
La «minaccia» a Israele non viene solo dal mancato riconoscimento, ieri del mondo arabo nel suo insieme e oggi, si suppone, ma le circostanze sono comunque più complesse, da parte di Hamas. La minaccia principale per la sopravvivenza di Israele è rappresentata pur sempre dall’occupazione in sé. Intanto perché diffonde rancore, risentimenti e guerra. Ma soprattutto perché se il disegno da cui è sorto Israele ha un valore intrinseco e universale, deve accordarsi con fattori come la demografia e la democrazia, che l’occupazione di terre palestinesi comprendenti un popolo estraneo ai miti del sionismo e privato dei diritti principali non è in grado di padroneggiare al meglio. Perché non ammettere allora che la storia ha unito in modo indissolubile i due popoli e spingersi oltre tutti i progetti nazionali o pseudo-nazionali fino a rimettere in discussione anche lo schema apparentemente razionale dei «due stati per due popoli»? In qualsiasi mobilitazione politica su base comunitaria o etnico-religiosa al fine di costituire nazioni «omogenee», anche se le intenzioni sono ottime (il che è quanto meno da dimostrare), si celano prevenzioni che attizzano gli integralismi e fomentano la violenza. Non per niente, dopo tanti anni l’accordo di Oslo, che in quell’ottica aveva tutti i crismi per essere un atto rivoluzionario, non ha permesso di compiere nessun passo avanti. In effetti, muovendo da un’ostilità preconcetta e dall’inclusione in sfere di sovranità, ambiti culturali e mercati differenti, i due popoli, di guerra in guerra, si sono sempre più integrati, sul territorio (da cui sono scomparsi i confini, sostituiti da «linee verdi» labili e spezzettate anche quando si è costruito un muro) e nell’economia, nell’habitat e nei comportamenti. Lo stesso ritiro unilaterale iniziato da Sharon e che in teoria dovrebbe essere continuato da Olmert con la benedizione del Labour ricalca la divisione senza sovranità esistita prima e dopo il 1967 dando per scontata la prosecuzione di un intreccio perverso.
A dispetto della retorica profusa per accreditarsi come unico stato democratico e moderno del Medio Oriente, Israele non ha creduto abbastanza nella forza propulsiva della sua esperienza collaborando senza riserve mentali con i governi, i movimenti e le idee del mondo arabo per allargare, tutti insieme, l’area dello sviluppo e della libertà in un Medio Oriente assuefatto o rassegnato alla sua presenza. Se Israele è più attrezzato a fronteggiare le scadenze della globalizzazione, essendo parte del «centro» malgrado l’isolamento e l’inefficienza di cui soffre, è proprio con la Palestina e il mondo arabo, e non contro di loro, che le sue performances possono uscirne esaltate.
E’ sconsolante la povertà d’analisi, e la sostanziale ipocrisia, che si riscontra in Italia, negli editorialoni dei giornali leaders e nel dibattito politico, anche fra i partiti di centro-sinistra. L’opinione pubblica è zittita e sta perdendo l’uso della parola. Invece di tante inutili prediche, si dovrebbe porre al centro la possibilità che israeliani e palestinesi (e arabi) hanno di rispondere alle sfide del post-colonialismo e del post-bipolarismo preoccupandosi della realtà socio-economica dei loro paesi rispettivi, delle emergenze e potenzialità della regione mediorientale, della qualità degli stati (o dello stato) più che della quantità. Israeliani e palestinesi non hanno una «madrepatria» presso cui riparare e dovranno restare comunque sul posto, più uniti che separati, al di là o al di qua di una frontiera pacificata o blindata.