Israele bombarda ancora Gaza. Palestina sull’orlo della guerra civile

Undici palestinesi sono rimasti uccisi ieri a Gaza. Una serie di raid aerei sono stati lanciati da Israele: obbiettivo un commando della Jihad islamica. Uccisi tre miliziani, ma anche otto vittime civili e trenta feriti. Abu Mazen, il presidente dell’Anp, ha subito espresso una condanna molto dura dell’attacco, che segue di pochi giorni l’uccisione su una spiaggia a nord di Gaza di otto palestinesi fra cui sette membri della famiglia Ghalya. I palestinesi non hanno dubbi che quelle morti vadano imputate a un bombardamento dell’artiglieria israeliana. Israele ha ufficialmente respinto ogni responsabilità e addossato la colpa dell’eccidio ad una mina deposta sulla spiaggia da Hamas per impedire lo sbarco di unità speciali israeliane.
In merito alle vittime civili di ieri il ministro della difesa israeliano Amir Peretz ha espresso rincrescimento. La Jihad islamica, da parte sua, ha minacciato una dura ritorsione in territorio israeliano.

Intanto da Londra il premier israeliano soffia sul disordine e le violenze nei territori. Olmert ha dichiarato di aver dato «ordine di trasferire armi e munizioni al presidente Abu Mazen per rafforzare la guardia presidenziale, affnché possa accrescere le proprie forze contro Hamas». Una offerta che rischia di gettare benzina sul fuoco.

“Territori sull’orlo della guerra civile”. Lo conferma un rapporto dell’International Crisis Group (Icg), secondo cui per aprire la voragine in cui rischia di sprofondare il popolo palestinese basterà la molla dell’omicidio eccellente di un esponente di Fatah o di uno di Hamas.
Il prestigioso istituto di studi strategici con sede a Bruxelles non è tenero con l’atteggiamento della comunità internazionale rappresentata dal quartetto (Stati Uniti, Russia, Nazioni Unite e Unione Europea), che, favorendo la linea del presidente Abbas (Abu Mazen), contribuirebbe ad inasprire lo scontro interno. L’Icg mette in guardia sul fatto che le manovre in atto per scalzare Hamas dal potere non potranno suscitare altro effetto che una reazione del movimento islamico volta a fomentare la violenza interna e contro Israele qualora la caduta del governo fosse indotta da fattori esterni.

Più che una previsione quella dell’Icg appare come la cronaca degli avvenimenti delle ultime ore. L’incendio del parlamento di Ramallah e di diversi uffici governativi in diverse zone della Cisgiordania ad opera di miliziani legati a Fatah e le faide intestine quotidiane a Gaza con regolare tributo di morti e feriti, non lasciano spazio ad equivoci di sorta. Una deriva che rischia di allargarsi ulteriormente man mano che si avvicina la data del referendum sul cosiddetto “accordo dei detenuti” (sostenuto da Fatah e osteggiato fortemente da Hamas), che col ritiro della firma dal documento da parte dei prigionieri politici di Hamas e della Jihad islamica è svuotato del presupposto originario, quello di presentarsi come quell’atto di riconciliazione nazionale che andava ad inserirsi laddove il dialogo tra le parti in causa nei territori aveva fallito.

I sondaggi segnalano un appoggio massiccio al referendum, che non va letto necessariamente come la bocciatura del governo Hamas, per il semplice fatto che un governo a guida del movimento islamico non c’è finora stato.

L’appoggio popolare per la consultazione basata sulla proposta dal carcere di Marwan Barghouti (segretario generale di Fatah) deriva dalla ricerca di una via d’uscita dall’impasse politico istituzionale e dalla lotta armata tra le fazioni legate ai due principali blocchi di potere. Ma soprattutto dall’esigenza di veder tornare a scorrere nelle casse palestinesi quei fondi internazionali, congelati da quando Hamas è al governo, che hanno finora reso possibile la vita di un popolo sotto occupazione.

Un’esistenza scandita da regolari bollettini che registrano morti e feriti “per caso”. Come è accaduto ancora una volta ieri a Gaza, dove l’aviazione israeliana ha lanciato tre raid aerei. Obiettivo dei missili israeliani erano miliziani della Jihad individuati in un furgoncino che trasportava razzi da lanciare in Israele. Si dà però il caso che le incursioni oltre che uccidere 4 miliziani abbiano tolto la vita a 7 civili indifesi, tra i quali, figuravano, ancora una volta diversi componenti di uno stesso nucleo familiare, la famiglia Al Mughrabi, a cui sono venuti a mancare il padre Ashraf, barbiere che manteneva quattro figli e una madre anziana, suo figlio Maher di sette anni e suo cugino Ishram di dieci. Alcune schegge hanno inoltre raggiunto delle abitazioni colpendo dei bambini che stavano giocando, per un totale complessivo, oltre alle undici vittime, di una ventina di feriti. I razzi lanciati dalla Striscia che hanno colpito per il quinto giorno consecutivo la cittadina israeliana di Sderot hanno provocato il ferimento lieve di una donna.

Il nuovo attacco su Gaza è stato definito dal presidente palestinese Abu Mazen “terrorismo di Stato”. Un giudizio non che non sembra aver fatto titubare il presidente palestinese davanti alla proposta resa nota ieri da Londra del premier israeliano Olmert. «Nonostante la tensione ed i lanci di razzi qassam ho dato ordine di trasferire armi e munizioni al presidente Abu Mazen per rafforzare la guardia presidenziale, affnché possa accrescere le proprie forze contro Hamas» ha affermato Olmert, aggiungendo: «L’ho fatto in quanto i minuti sono contati e bisogna aiutare Abu Mazen in modo che possa far fronte ad Hamas».

Se il governo israeliano sostiene Abu Mazen affinché prevalga nella lotta interna con Hamas, non dimostra altrettanta considerazione per il presidente palestinese sul fronte dei negoziati. Durante un incontro con funzionari ministeriali tenutosi la scorsa settimana, ripreso dal quotidiano “Ha’aretz”, il ministro degli Esteri israeliano, Tizpi Livni, ha dichiarato che «attualmente Abbas non è un partner per un accordo finale sullo status palestinese, ma può essere considerato un interlocutore per altri accordi basati sulla Road Map». Il ministro non ha specificato quali.

Per fugare ogni dubbio sulla questione ieri Olmert ha rincarato la dose. Israele, è il messaggio conclusivo della visita ufficiale del premier israeliano a Londra, non sarà mai d’accordo su un ritiro completo dalla Cisgiordania. Il “disimpegno” riguarderà il 90% della Cisgiordania. Essendo l’altro 10% stato de facto inglobato dal muro. Una posizione che supera nei fatti l’oggetto del referendum voluto da Abbas, il cui quesito fondamentale sta tutto nell’accettazione di uno Stato di Palestina sui confini del ’67, che presuppone l’implicito riconoscimento dello Stato d’Israele sulla parte restante della Palestina storica.

L’invio di armi alla guardia presidenziale annunciato da Israele non potrà che gettare benzina sul fuoco nel conflitto tra i due blocchi di potere palestinese, che in questi giorni si allarga oltrefrontiera.

Il ministro degli Esteri palestinese Al Zahar è giunto lunedì sera a Damasco da Teheran per partecipare ad un incontro tra diverse fazioni palestinesi a cui prendono parte vertici dell’Olp, quali Faruq al-Qaddumi, capo della delegazione che rappresenta Fatah. Oggetto dell’incontro, l’ipotesi dell’ingresso di Hamas e della Jihad nell’Olp, come prevede la proposta di riforma dell’organizzazione prevista nel controverso accordo dei detenuti.

Dalla Siria, Al Zahar ha reso noto ieri che quanto sta accadendo in questi giorni nei territori non è che un preludio a quello che potrebbe succedere procedendo sulla strada della questione referendaria, ormai gestita esclusivamemte da Fatah.