Israele all’assalto della tregua

Sharon congela il ritiro dalle città palestinesi. Due giovani uccisi dai soldati a Ramallah
In un clima di continue provocazioni da parte degli occupanti israeliani, 400mila abitanti della Cisgiordania andranno oggi alle urne per le elezioni amministrative. Hamas e Fatah provano a contarsi, in vista delle legislative

Israele sospende il ritiro dalle città palestinesi. La decisione è stata ufficializzata ieri, con l’accoglimento da parte del gabinetto di sicurezza di una raccomandazione presentata dal ministro della difesa Shaul Mofaz. Nei mesi scorsi i soldati erano «usciti» solo da Gerico e da Tulkarem, due città dove da tempo non avevano una presenza stabile. La decisione di ieri sarebbe stata presa in risposta a un asserito mancato rispetto dell’impegno preso dall’Anp di disarmare i ricercati dell’Intifada. Se la diplomazia resta al palo, i bulldozer israeliani invece corrono veloci nei Territori occupati e non conosce soste la costruzione del «muro di separazione». Ieri, nel tentativo di impedire lo sradicamento di decine di ulivi nel villaggio di Bil’in (Ramallah) – dove sono in corso i lavori di un nuovo segmento del muro – un gruppo di pacifisti israeliani, «Anarchici contro la barriera», si sono legati con le catene agli alberi bloccando le ruspe. È andata molto peggio a due giovani palestinesi «colpevoli» di aver lanciato pietre contro i blindati israeliani a Beit Leqia (Ramallah): sono stati uccisi dai proiettili dei militari. Per Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abu Mazen, «Israele sta facendo di tutto per far cadere la tregua raggiunta in febbraio a Sharm el Sheik». In questo clima, con i reparti corazzati israeliani che circondano ancora le città cisgiordane, oggi 400mila palestinesi andranno alle urne per scegliere i loro rappresentanti in 84 consigli municipali e distrettuali della Cisgiordania e della Striscia di Gaza: un test di grande importanza per Al-Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, ma anche per Hamas, reduce da brillanti affermazioni ottenute nella prima fase delle amministrative (dicembre-gennaio) e che intende confermare la sua crescente popolarità. Andranno al voto comuni importanti come Qalqilia, Salfit, Betlemme, a località vicine a Gerusalemme est e decine di altri villaggi della Cisgiordania, nonché a otto centri di Gaza, tra cui Rafah e Beit Lahya. I candidati, presenti in liste civiche sostenute dai partiti, sono 2.519, di cui 399 donne. «Il risultato potrebbe essere decisivo per le sorti di Al-Fatah, che deve correggere gli errori fatti e avviare il rinnovamento interno, fondamentale per vincere le legislative di luglio», ha affermato l’analista Zakaria Al-Qaq. Hamas punta ad ottenere una buona affermazione in roccaforti storiche di Al-Fatah, come Betlemme o Qalqilya. Un eventuale successo degli islamisti potrebbe indurre Al-Fatah, e quindi l’Anp, a considerare un rinvio delle legislative in modo da impedire che Hamas prenda il controllo del Consiglio legislativo palestinese. Sono voci ben fondate visto che l’iter parlamentare della nuova legge elettorale si è di nuovo bloccato – proprio per l’ostruzionismo dei deputati di Al-Fatah – e se non si arriverà alla approvazione entro due-tre settimane, lo slittamento del voto sarà tecnicamente inevitabile. Nei giorni scorsi la commissione competente del Clp aveva approvato il testo della nuova legge elettorale che prevede, tra i suoi punti principali, l’introduzione di un sistema misto – 2/3 dei seggi da assegnare con il maggioritario e 1/3 con il proporzionale – e almeno il 20% dei seggi garantito alle donne che si candideranno. Quando mancava solo il «sì» definitivo dell’assemblea, si è fermato tutto e la possibilità di un rinvio del voto di luglio si è fatta concreta. La vecchia guardia di Al-Fatah continua a ripetere che votare dopo il ritiro israeliano da Gaza (tra luglio e agosto), farà gli interessi del partito che potrà darsi il merito di aver «costretto» Sharon a richiamare coloni e soldati. Una tesi che non convince i dirigenti più giovani che chiedono riforme interne concrete e non espedienti politici nella sfida elettorale e sociale in corso con Hamas.