Islam, nucleare e “Satana”: la ricetta di Ahmadinejad per spezzare l’isolamento

Dopo aver suscitato un vespaio (a dir poco) sul terreno politico e diplomatico con il suo anatema contro Israele, il presidente iraniano Ahmadinejad adesso si butta sulla religione, se non addirittura sul misticismo: parlando a un raduno di “guide” della preghiera del venerdì ha detto che «lo scopo principale della nostra rivoluzione (cioè della rivoluzione khomeinista, ndr) è di preparare la strada per la riapparizione del dodicesimo Imam, il Mahdi; non dobbiamo copiare l’Occidente, ma definire i nostri programmi economici, culturali e politici nella prospettiva del ritorno del Mahdi». Come è noto, la corrente maggioritaria degli sciiti riconosce come guida della comunità una successione di dodici Imam – a partire da Ali, cugino e genero di Maometto – l’ultimo dei quali, l’Imam Abul Qassem Mohammad, è “scomparso” nel 941 d. C. ma riapparirà «alla fine dei tempi» per instaurare un’era di giustizia. Siamo, come si vede, sul piano dell’utopia e dei tempi lunghi (diremmo biblici, se non parlassimo dell’Islam) che peraltro Ahmadinejad sembra voler cercare di far apparire più brevi, se non addirittura imminenti. Naturalmente il misticismo non c’entra niente, o fa soltanto da sfondo, mentre c’entra moltissimo la politica, come dimostra l’accenno a «non copiare l’Occidente». Ahmadinejad insomma, giunto alla presidenza in modo certamente inatteso e smentendo tutte le previsioni, cerca di costruirsi una base partendo da quello zoccolo duro che lo ha votato soprattutto “mostazafin” o senza scarpe, le masse diseredate i “pasdaran” o guardiani della rivoluzione, dalle cui file proviene, e i volontari islamici “basjà”, ancora imbevuto di ideali khomeinisti, ma cercando di allargare il consenso e la mobilitazione psicologica ad altri ceti e strati della popolazione. A questo scopo rispondeva anche la sparata contro Israele; e visti i contraccolpi e le reazioni – certamente calcolati ma forse rivelatisi più estesi ed energici del previsto – si sposta il discorso su un terreno che rischia anche di apparire troppo ambizioso ma che può trovare risonanza nell’insieme delle masse sciite non solo all’interno delle Iran. Non è certamente casuale il fatto che Ahmadinejad abbia lanciato il suo richiamo al Mahdi proprio all’indomani di un pesante attacco, sia pure indiretto rivoltogli dall’ex-presidente Hashemi Rafsanjani, da lui battuto nelle elezioni di giugno e che certamente non ha ancora digerito lo smacco. Rafsanjani, si sa, è un personaggio ambiguo, salito alla presidenza dopo la morte di Khomeini con fama di “pragmatico” di moderato, che ha operato nei suoi otto anni di carica limitate aperture, particolarmente in campo economico e con l’occhio rivolto soprattutto al consolidamento del proprio potere, ma ha poi di fatto messo i bastoni fra le ruote al suo successore Khatami – eletto su un programma davvero riformatore che però non è riuscito a tradurre in concreto – per finire con il presentarsi, nel dopo Khatami, come una specie di “salvatore della patria”. Tanto più bruciante il fatto di essere stato sconfitto da un “qualunque” Ahmadinejad. Adesso dunque Rafsanjani torna a strizzare l’occhio ai riformisti, o piuttosto a quegli strati della popolazione, soprattutto i giovani, che speravano otto anni fa in una politica di riforme e che non hanno rinunciato alle loro aspettative; e prende di mira il presidente “duro e puro” facendo eco alle parole del suo predecessore Khatami che, uscendo ben più allo scoperto, ha accusato Ahmadinejad di mettere in pericolo la sicurezza del Paese isolandolo a livello internazionale. L’attacco di Rafsanjani è meno diretto e si rivolge non tanto alle parole pronunciate sulla distruzione di Israele quanto alla politica di massiccia epurazione degli elementi moderati e riformisti nell’apparato pubblico, messa in atto dallo stesso Ahmadinejad. La purga ha colpito una quantità di funzionari di alto rango, inclusi i direttori di tutte le banche statali (in molte delle quali Rafsanjani ha concreti interessi) e quaranta dei più anziani diplomatici dell’Iran. «Questa politica di epurazione di persone competenti – ha detto Rafsanjani senza peraltro mai nominare Ahmadinejad – finirà con il mettere in causa le conquiste del regime e della rivoluzione. Un tale atteggiamento potrà consentire ai nostri nemici di raggiungere i loro obiettivi». Un attacco pesante, come si vede, con il quale Rafsanjani da un lato prende le distanze dai “duri” e dall’altro tende di fatto la mano ai moderati e ai riformisti, alle cui file appartengono gli epurati. Ancora una volta appare chiaro come il nocciolo di quel che sta accadendo in Iran anche sul piano della politica estera (crociata contro Israele inclusa) ha motivazioni prima di tutto di carattere interno. Non senza tuttavia tenere presenti i risvolti esterni, di carattere regionale ma non solo, in un momento in cui torna di scottante attualità la questione del programma nucleare iraniano, che contrappone Teheran agli Stati Uniti e in una certa misura anche all’Europa e che spiega benissimo perché Ahmadinejad si sforzi di costruirsi un consenso, e in particolare un consenso del tipo che si è visto; tanto più con le truppe americane attestate al confine occidentale (Iraq) e a quello orientale (Afghanistan), con gli israeliani che meditano (e preparano) blitz come quello del 1981 contro il reattore nucleare di Saddam e con un rapporto conflittuale con l’Arabia saudita, il Pakistan e in misura minore la Turchia, Paesi «asserviti all’America». Senza particolare clamore e in forma non ufficiale Teheran ha annunciato di aver ripreso nell’impianto di Isfahan il processo di arricchimento dell’uranio, premessa per lo sviluppo di centrali nucleari ma anche per la possibile realizzazione di bombe atomiche, per le quali comunque ci vorrebbero ancora alcuni anni (mentre due Paesi fra quelli sopra citati, cioè Pakistan e soprattutto Israele, di bombe atomiche ne hanno già in abbondanza). Una notizia che venendo alla vigilia della riunione del 24 novembre del consiglio dei governatori dell’Aiea (Agenzia per l’energia atomica dell’Onu) è definita «preoccupante» da un portavoce del dipartimento di Stato Usa e che secondo taluni analisti può anche risultare «imbarazzante» per la Russia, che finora insieme alla Cina ha difeso l’Iran dalla minaccia americana di sanzioni e che aveva suggerito, come soluzione di compromesso, di farsi carico del processo di arricchimento dell’uranio iraniano. E’ troppo presto per dire se Washington ce la farà a portare Teheran davanti al Consiglio di sicurezza, dove dovrà comunque tener conto del possibile veto russo e/o cinese; ma certo il clima si sta riscaldando pericolosamente. Proprio quello di cui in Medio Oriente non si sente affatto il bisogno. Al contrario.