«Islam e cristianesimo i gemelli diversi»

L’«anti-Hungtinton» viene dagli Usa. Il suo nome è Richard W.Bulliet. Il suo curriculum vitae è di primissimo ordine: Bulliet è uno dei più autorevoli studiosi americani di storia islamica. Insegna Storia alla prestigiosa Columbia University. Direttore del Middle East Institute e segretario della Middle East Studies Association, ha curato la Columbia History of the 20th Century (1998) ed è autore di numerosi saggi, fra cui The Camel and the Wheel (New York 1990) e Islam. The View from the Edge (New York 1994). L’Unità lo ha incontrato a Roma in occasione dell’uscita del suo libro La Civiltà islamico cristiana . Una proposta (Editori Laterza, trad. di L. Capezzone, pagine 214, euro 15,00.
Professor Bulliet, come ci si sente a vestire i panni dell’«anti-Hungtinton»?
«Chiunque studi il Medio Oriente negli Stati Uniti, e sono circa duemila persone, considera le tesi di Hungtinton assolutamente non fondate, inconsistenti. Sono generalizzazioni indebite fatte da una persona che non ha una conoscenza approfondita dall’interno dell’Islam. Ciò detto, è stato sostenuto che Hungtington reintroduce la cultura nel dibattito politico. Forse è vero, ma il problema è che la reintroduce in una maniera assolutamente non originale. Nel mio libro si dimostra come lui si rifà alle tesi di alcuni missionari protestanti che usavano esattamente questo termine, lo scontro di civiltà, all’inizio del Novecento, dando per scontata la superiorità della civiltà occidentale sull’Islam. È una tesi che oggi è assolutamente intollerabile quando già solo in America ci sono tra i quattro e i sei milioni di islamici. Per questo ho ritenuto che ci fosse bisogno di una risposta che avesse lo stesso livello di generalità del libro di Hungtinton».
Ai teorici dello scontro di civiltà, lei contrappone l’idea di un mondo islamico e mondo cristiano, per dirla con le parole di Andrea Riccardi, che non solo hanno radici intrecciate ma determinano l’uno il futuro dell’altro. Su cosa fonda questa visione?
«Io sono uno storico sociale per educazione, quindi quando guardo alla storia dell’Islam e del cristianesimo vedo due religioni molto simili, che hanno attraversato fasi di sviluppo simili, in cui certamente hanno prodotto esiti diversi, ma lo hanno prodotto come possono farlo due gemelli che nascono nella stessa casa e che poi magari si sviluppano e crescono in case diverse, mantenendo però una fondamentale comunanza identitaria. Certo ci sono differenze, la più forte delle quali è il fatto che la struttura formale della Chiesa cattolica è una struttura istituzionale; una struttura tale per cui la Chiesa cattolica ha dato luogo, ad esempio, a degli scismi, mentre l’Islam, e per questo io sono uno storico sociale, ha costruito la sua presenza più nel sociale, con una fondamentale impronta che gli ha dato il “sufismo” che vede l’Islam come un’alleanza, come una comunità diversificata nel territorio e che accetta anche le istituzioni del territorio. Questo ha peraltro consentito all’Islam di essere una religione più inclusiva in un certo senso di quella cristiana; mentre tra il Cinquecento-Seicento la Chiesa cattolica si scindeva e dava luogo a sanguinose guerre di religione, con un forte elemento istituzionale di potere militare, quella islamica si espandeva in Africa, in Asia, in altre parti del mondo adattandosi alle istituzioni locali e costruendo piuttosto delle forti comunità a livello sociale, dove la religione impregnava la vita quotidiana comunitaria. Queste due religioni hanno prodotto delle differenze ma al tempo stesso hanno viaggiato in parallelo e hanno mantenuto+++ nel corso di tutta la loro storia dei fortissimi scambi, ad esempio scambi culturali, che sono energie e potenzialità che rendono assolutamente possibile nel futuro ritrovare motivi e ragioni di consonanza, di scambio, almeno di tolleranza reciproca».
C’è chi in Italia, penso al presidente del Senato Marcello Pera, ironizza sull’Islam moderato, e chi ne nega addirittura l’esistenza. Esiste questo Islam moderato, cosa lo connota e in che modo l’Occidente dovrebbe rapportarsi ad esso?
«Bisogna distinguere, quando parliamo di moderatismo, tra l’idea di un Islam moderato e l’idea che ci siano musulmani moderati. Questi ultimi esistono certamente e sono persone che, ad esempio, rispettano la diversità, la diversità religiosa, quella dei diritti, operano in una società civile. Il problema, però, quando si parla di Islam moderato è il problema dell’autorità, cioè di ritrovare, di definire qual è la fonte dell’autorità. Un editore musulmano, per esempio, un editore di giornale o di libri può pubblicare un articolo o un saggio di un musulmano moderato o di un autore moderato, ma se il giorno dopo che esce il libro c’è un attentato terroristico di matrice jihadista, la gente dà più importanza a quell’attentato, è quello che colpisce l’opinione pubblica piuttosto che l’uscita di un libro o di un giornale. Questo dell’autorità è un problema dirimente soprattutto nell’Islam sunnita, all’interno del quale noi troviamo anche dei moderati, anzi troviamo delle persone sunnite liberali, e poi però troviamo anche integralisti e fanatici. Il problema di quell’Islam è che non ha una autorità riconosciuta come c’è invece, ad esempio, tra gli sciti che riconoscono visibilmente un’autorità. Vorrei fare un esempio per capire meglio di cosa sto parlando. Poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre, la rivista Time riunì cinque persone per capire dove stava andando l’Islam. Quattro erano musulmani, tra qui Tarik Ramadan, c’era un americano di orgine saudita, un palestinese che veniva da Londra, un indiano che insegnava all’Università del Michigan e il sottoscritto. Io chiesi agli altri dove sta l’autorità nell’Islam. Ebbene, il saudita mi rispose che l’autorità è in ogni luogo dove c’è un mufti e un kadi (un giudice) e in ogni Paese c’è un’autorità giuridica-religiosa riconosciuta. Il palestinese, tutto all’opposto disse: per me l’autorità e ovunque i giovani di quel Paese riconoscono autorità. In queste due ipotesi così diverse si riflette tutto l’irrisolto problema dell’autorità nell’Islam. Molti giovani oggi, così come il palestinese, seguono l’autorità laddove ritrovano interlocutori carismatici, che essi siano su internet o in altri luoghi non necessariamente riconducibili al loro spazio fisico. La gran parte delle famiglie segue procedure rituali antiche, ritrovando un’autorità a livello sociale e familiare. In realtà esistono tanti, milioni di musulmani moderati ma non esiste ad oggi un Islam moderato che si organizzi dal punto di vista di una rappresentanza, e non esistendo una rappresentanza non c’è un controbilanciamento dei movimenti integralisti, i quali non trovano un’autorità che è in grado di ridimensionarli. Esiste dunque un problema di rappresentanza e di autorità che possa delegittimare i terroristi in nome anche della religione. Pensiamo al sistema giudiziario. Molti giudici sono stati delegittimati, come in Turtchia, oppure sono diventati burattini nelle mani del potere, come in Siria, quindi hanno perso autorità. Ancora: è significativo che nel sistema formativo di molti Paesi a prevalente religione islamica, negli anni Cinquanta addirittura nelle scuole non si insegnava più l’Islam, con il risultato che è cresciuta una generazione che è stata attratta più verso il comunismo e che per un certo periodo ha condotto più battaglie in quella direzione, oggi invece si è passati all’opposto con una gioventù attratta dalla religione islamica ma in una versione estrema, radicalizzata. Manca un’autorità riconoscibile che nel nome anche dell’Islam possa essere di freno e quindi rappresentare anche i tanti musulmani moderati che esistono».
La forza del suo libro è nell’essere riuscito a intrecciare riflessioni storico-culturali a coraggiose considerazioni politiche sul presente. Ad esempio sulla guerra in Iraq.
«Prima di tutto occorre considerare che i problemi che noi abbiamo quando ci confrontiamo con l’Islam violento, provengono soprattutto dal fatto che i regimi islamici sono per la gran parte dittature; dittature che, siano esse militari o con una casa regnante, sono state essenzialmente esportate in quei Paesi dall’Occidente. Quando nel dopoguerra l’Occidente aveva l’esigenza prioritaria di contrapporsi al blocco comunista, e quindi in una situazione di guerra fredda fare argine, preferì consolidare, rafforzare, sostenere regimi dittatoriali che gli davano più garanzie di stabilità rispetto al nemico principale. Coloro che appoggiammo come agenti della modernità divennero però tiranni e le loro società Stati di polizia. Oggi quando parliamo di “esportare la democrazia” dovremmo prima di tutto porci il problema di quando abbiamo invece esportato la dittatura. Quando a fronte di queste dittature i musulmani hanno reagito attraverso l’unica espressione possibile in quel momento, quella di leader religiosi, questi sono stati incarcerati e uccisi da queste dittature che erano dittature secolari, che non avevano un tratto integralista-religioso. Noi occidentali siamo stati identificati come coloro che sostenevano queste dittature, che le foraggiavano. Quando questi leader, che all’inizio erano leader tendenzialmente moderati, sono stati eliminati, il loro posto è stato preso da leader radicali, integralisti, che hanno teorizzato e praticato ogni forma di violenza pur di combattere quelli che a loro apparivano dittature imposte dall’Occidente. Qual è la soluzione al terrorismo? Certamente è la diffusione della democrazia. Ma non si espande la democrazia conquistando il Paese e ordinandogli di essere democratico. Come è avvenuto in Iraq. Questa strada è sbagliata, lastricata di sangue. Una strada senza via di uscita. L’avventura irachena si è rivelata un disastro che ha cambiato in peggio la cognizione da parte dell’amministrazione Bush della realtà mediorientale. La guerra è stata perseguita ciecamente senza porsi il problema delle alternative. E questo oggi fa sì che lo stesso processo costituzionale, pure molto importante per stabilire organismi rappresentativi, in realtà purtroppo rischia di spaccare ulteriormente il Paese, e rischia soprattutto di essere percepito dalla minoranza sunnita come un attacco alla sua stessa identità e sopravvivenza in una situazione in cui i sunniti si trovano accerchiati da un insieme di Paesi sciiti, in una situazione in cui l’unica reazione che a loro pare possibile è una reazione violenta. Portare la democrazia resta a mio avviso la soluzione più seria la terrorismo, ma il modo in cui questa linea è stata portata avanti, attraverso la guerra, è stato talmente negativo che ha portato e purtroppo potrebbe continuare a portare esiti disastrosi».
Il futuro nei rapporti con l’Islam è solo frequentato da oscuri presagi?
«Non eccederei in pessimismo. Tutt’altro. Il mio libro si chiude con una convinzione positiva: sono sicuro che nei prossimi venti o trent’annivedremo l’affermarsi nel mondo musulmano di leader religiosi di ispirazione tollerante, disposti al dialogo, che riscuoteranno molto più rispetto e successo popolare degli attuali sostenitori del jihad, dell’intolleranza e dell’autocrazia religiosa».