Iraq, ultimatum di Bush ai sunniti

Il presidente Usa è sceso ieri in campo per difendere la nuova costituzione ammonendo la comunità sunnita a sottoscrivere la liquidazione dell’Iraq. Il Pentagono: tra quattro anni in Iraq 100.000 soldati Usa

Il presidente americano George Bush, a poche ore dalle dichiarazioni del generale Peter Schoomaker, secondo il quale tra quattro anni in Iraq vi saranno almeno 100.000 soldati americani, ha ammonito la comunità sciita irachena ad accettare la nuova costituzione – preparata dal proconsole Usa «neocon» Zalmay Khalilzad – che sancisce la distruzione del paese come stato unitario e arabo e ne rende possibile la divisione in tre patrie etniche e/o confessionali. «I sunniti devono decidere – ha sostenuto il presidente George Bush parlando da Donnelly nell’Idaho – se vogliono vivere in una società libera o nella violenza», aggiungendo poi «Penso che la gran parte delle madri, indipendentemente dalla religione, sceglieranno una società libera in modo tale che i loro figli potranno crescere in un mondo di pace». Le madri però devono stare attente a non esagerare nell’amore per i loro figli dal momento che personaggi come Cindy Sheehan, la «madre coraggio» che da settimane assedia il suo ranch di Crawford chiedendogli le ragioni della morte del suo ragazzo e il ritiro delle truppe, «sostengono una politica che indebolirebbe l’America». America che, dopo l’ultimatum di Bush ai sunniti iracheni, appare sempre più come protagonista di una crociata contro la componente maggioritaria dell’Islam rafforzando così non poco i settori più estremi dell’Islam politico. Caduto il paravento delle armi di distruzione di massa, adesso in Iraq sembra finito nel fango anche l’«esportazione della democrazia». Nulla infatti ha a che vedere con la democrazia l’imporre con le armi la divisione dell’Iraq su basi etniche e confessionali affidando il controllo del nord e del sud del paese alle milizie locali e agli squadroni della morte e costringendo gli iracheni a non essere più cittadini di uno stato unitario multiconfessionale e multietnico ma membri di questa o quella comunità o, nel caso dei figli di coppie miste, di nessuna comunità e quindi «fuori casta» senza diritti. Il tutto mentre i fatti si stanno incaricando di smentire anche le fantasie su una presunta «exit strategy» americana dall’Iraq. Questa per essere credibile avrebbe bisogno di un coinvolgimento nella costruzione delle istituzioni irachene di tutte le comunità e le tendenze politiche e non certo di una politica che dall’arrivo delle forze di occupazione in Iraq alla costituzione di questi gioni, ha emarginato ed escluso cinque milioni di cittadini sunniti-arabi e tutti coloro, sciiti o laici, che sono contrari all’occupazione e al saccheggio del proprio paese. Seguendo questa strada è chiaro a tutti che la resistenza all’occupazione e il caos non solo sono destinati a continuare ma anzi ad allargarsi.

La distruzione dell’Iraq – teorizzata dai «neocon» Usa interessati soprattutto ad eliminare qualsiasi contrappeso arabo ad un dominio israeliano sulla regione e a isolare sempre più i palestinesi in vista dell’annessione dei territori occupati (obiettivi già presenti nel programma da loro elaborato nel 1996 per l’allora premier israeliano Netanyahu) non potrà ora che spingere verso la resistenza non solo la gran parte dei sunniti ma anche vasti settori sciiti, sia radicali che laici, e tutti quei cittadini iracheni che tanto hanno dato al loro paese e che non sono disposti a vivere sotto nuove micro-dittature etniche o confessionali, destinare inesorabilmente a finire sotto il controllo di potenti vicini come l’Iran o la Turchia. Per non parlare dei laici -sopratutto di quelli del sud – consapevoli di essere stati «svenduti» dagli Usa (già prima della guerra) agli integralisti filo-iraniani del Consiglio per la Rivoluzione Islamica in Iraq, lo Sciri, in cambio di un sostegno all’occupazione Usa e del petrolio. Del resto la nuova Costituzione, che sarà votata nei prossimi giorni dal parlamento iracheno e poi sottoposta a referendum a metà ottobre, cancellando qualsiasi forma di stato e di istituzioni centrali e prevedendo la nascita di macro-regioni con poteri legislativi ed esecutivi, indipendenti dal punto di vista militare ed economico (alle quali andranno i proventi di tutti i nuovi pozzi di petrolio), apre le porte ad accordi diretti tra i rais o le milizie locali e le società petrolifere americane e britanniche.

Pozzi di petrolio, ovviamente privatizzati, che dovranno essere controllati dalle forze occupanti: di qui la sincera ammissione del generale Peter Schoomaker secondo il quale tra quattro anni ci saranno in Iraq almeno 100.000 soldati. Le sue dichiarazioni hanno suscitato la dura presa di posizione del senatore repubblicano Chuck Hagel il quale ha definito le parole del generale una «follia» aggiungendo poi: «la Casa bianca – e alcuni miei colleghi non sembrano capire che la diga si è rotta», «il nostro intervento ha destabilizzato il Medioriente. E più a lungo resteremo più la destabilizzazione andrà avanti».