Iraq sull’orlo del governo

La nomina di Jawad al-Maliki come premier incaricato di formare il nuovo governo iracheno avrebbe già ottenuto il via libera del principale partito sunnita del parlamento. «Quando abbiamo appreso della sua nomina, ci siamo riuniti e abbiamo deciso di accettarla e abbiamo già informato l’Alleanza sciita», ha dichiarato in serata alla Reuters Iyad al-Samarraie, uno dei principali esponenti dell’Iraqi accordance front. Mahmoud Othman, un parlamentare curdo, ha fatto sapere all’Associated press che anche le formazioni della minoranza concentrata nel nord del paese non farebbero alcuna opposizione contro la seconda scelta degli sciiti.
Il condizionale tuttavia, in queste estenuanti trattative per la composizione di un «governo di unità nazionale» che possa evitare alla Mesopotamia di piombare a tutti gli effetti nella guerra civile, è d’obbligo. Dopo il passo indietro, l’altro ieri, di Ibrhim Al-Jaafari (che aveva dovuto cedere all’opposizione inflessibile di sunniti e curdi) e nell’attesa di capire se al-Maliki reggerà alla prova del parlamento, convocato per oggi anche per decidere sulle altre nomine – oltre a quella del primo ministro sono in ballo, presidenza, vice-presidenze e portavoce della camera – non è chiaro cosa potrebbe aver sbloccato l’impasse sul premier, subito dopo la rinuncia di Jaafari.
Fuggito da Baghdad (come molti politisci sciiti) negli anni’80, al-Maliki ha lavorato a lungo nella sede del Dawa della capitale siriana Damasco. Tornato in patria dopo la caduta di Saddam Hussein, ha guidato la Commissione incaricata di espellere dall’esercito e dal governo gli uomini legati al partito Baath. Una commissione vista dai sunniti come uno degli strumenti principali – assieme alle milizie Badr – di quella «pulizia etnica» contro l’ex minoranza al potere che denunciano da mesi. Ora però una gran parte dei sunniti accetterebbe proprio la nomina di al-Maliki.
Quello che è certo è che nelle ultime settimane ci sono state pressioni fortissime da parte di Stati uniti e Gran bretagna per sbloccare ad ogni costo lo stallo su un governo che, quattro mesi dopo le elezioni di dicembre, non vede ancora la luce. Un viaggio a sorpresa del segretario di stato Usa Condoleezza Rice assieme al suo omologo britannico Jack Straw, appelli continui del presidente Bush da Washington, ma soprtattutto il lavoro incessante dell’ambasciatore Usa a Baghdad, Zalmay Khalilzad e, infine, l’intervento delle autorità religiose sciite.
Almeno sei soldati sono rimasti uccisi nello scoppio di un’autobomba a Talafar, nei pressi del confine con la Siria, mentre un marine statunitense è morto in combattimento nella provincia settentrionale di Al Anbar. E nel paese sconvolto dai combattimenti non accenna a migliorare la situazione dei diritti umani. Secondo le Nazioni unite migliaia di persone sono detenute illegalmente nelle prigioni irachene. L’ultima accusa è stata lanciata ieri dall’inviato dell’Onu per i diritti umani, Gianni Magazzeni. I detenuti nel Paese, ha sostenuto Magazzeni, sono 29.565. Di questi, 14.222 sono in mano alle forze della coalizione. Il resto, circa 15.000, è sotto il controllo delle autorità di Baghdad. E se, in teoria, solo il ministero della giustizia è legittimato a tenere in stato di fermo i cittadini per oltre 72 ore, la realtà è ben diversa. Degli 8.300 detenuti dal governo, 6.000 sono affidati al ministero dell’Interno e solo 460 a quello della Difesa e «mai nel rispetto della legge», ha spiegato Magazzeni. Ma anche le cifre non coincidono: secondo l’inviato dell’Onu, infatti i detenuti controllati dalle forze della coalizione sono più numerosi di quanto comunicato dal governo. «Pensiamo che i detenuti “per ragioni urgenti di sicurezza” siano molti di più dei 15.000 dichiarati e stiamo lavorando a stretto contatto con la coalizione per una riduzione considerevole del loro numero. Vogliamo accelerare questo processo», ha detto Magazzeni. L’Onu, infatti, è «molto proccupata per le possibili violazioni» dei diritti umani e per le «torture e le esecuzioni sommarie» che in Iraq «accadono ogni giorno». La preoccupazione riguarda, in particolare, ciò che accade nelle strutture gestite dal ministero dell’Interno, dove avrebbero mano libera gli «squadroni della morte».