Iraq, soldi ai resistenti. Non è reato

Scagionati gli antimperialisti Il tribunale del riesame di Perugia ha annullato il sequestro dei documenti relativi al conto su cui si raccolgono soldi per la resistenza irachena

Raccogliere soldi per sostenere una futura «resistenza irachena» non è reato. E di certo non è pericoloso tenere in casa i documenti che provano l’accesso al contocorrente su cui il Campo antimperialista ha raccolto fin ora tremila euro. La pensa così anche il giudice del tribunale del riesame di Perugia che ieri ha deciso di annullare il provvedimento con cui il 30 giugno scorso il procuratore Nicola Miriano aveva sequestrato a Emanuele Fanesi tutti i documenti relativi al contocorrente su cui l’associazione raccoglie soldi per finanziare il futuro movimento di resistenza in Iraq. Il sequestro, diceva l’avviso di garanzia, avveniva nell’ambito di una non meglio identificata inchiesta per «associazione con finalità di terrorismo» e con quella stessa accusa Emanuele erano stati portati via il pc e una serie di documenti personali. La decisione del Riesame è un brutto colpo per gli inquirenti, che del resto non sembravano avere troppi elementi su cui basare l’inchiesta, ma soprattutto per i 44 membri del congresso americano che il 28 giugno avevano firmato un appello all’Italia chiedendo di fermare la raccolta di soldi «per finanziare il terrorismo internazionale». E di impedire la prossima riunione dei «finanziatori del terrore», ovvero la Conferenza internazionale «a sostegno della resistenza irachena» (prevista per l’1 e 2 ottobre a Chianciano) organizzata dai comitati «Iraq libero» di cui fa parte anche il Campo.

Una lettera tanto eloquente da convincere la Farnesina a rifiutare il visto di ingresso per sei esponenti politici iracheni (e tre traduttori) invitati dal Campo a partecipare al convegno di Chianciano. Il documento del ministero degli Esteri parlava genericamente di «tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza» ma il riferimento alla mobilitazione dei congessman americani – che oltre oceano ha avuto una certa rilevanza anche sui giornali – era talmente smaccato da convincere decine di politici e intellettuali a firmare contro la decisione di Fini. Nell’elenco degli indignati figurano identità politiche spesso diverse da Giorgio Bocca (invitato al convegno) a Vittorio Agnoletto, da don Albino Bizzotto a diversi esponenti dei Cobas.

Dal canto suo da cinque giorni il Campo antimperialista presidia il ministero degli Esteri con un gazebo ed uno sciopero della fame ad oltranza per costringere il ministro Fini a cambiare idea. Il divieto di ingresso in Italia, infatti, riguarda esponenti politici e religiosi iracheni piuttosto noti. Ad esempio come Jawad al Khalesi, religioso sciita rettore dell’università di Khadimiya impegnato alla costruzione di un fronte sunnita-sciita-laico di opposizione irachena, che appena a dicembre era arrivato a Roma senza problemi.

Non è la prima volta che il Campo antimperialista – esposto ad una attenzione quasi ossessiva da parte dell’intelligence americana – vede sciogliersi come neve al sole accuse clamorose di «terrorismo». Un anno e mezzo fa il leader del gruppo, Moreno Pasquinelli, finì in carcere insieme a Mariagrazia Ardizzone: entrambi accusati di far parte di gruppi terroristici turchi. «Ora l’accusa è di favoreggiamento – spiega lei – e non so neppure se ci sarà davvero un processo. E pensare che un anno fa sono venuti a prendermi con l’elicottero».

«La decisione del tribunale del riesame è un risultato importantissimo tanto più vista la campagna di alcuni giornali, come Libero, che per giorni hanno cercato di criminalizzare la nostra raccolta fondi», aggiunge Leonardo Mazzei uno degli «scioperanti». E già da lunedì prossimo il Campo annuncia nuove iniziative.