Iraq-Siria, raid Usa sul confine

Truppe americane hanno lanciato ieri mattina all’alba, dopo intensi bombardamenti, una nuova offensiva contro i villaggi e i centri iracheni sul confine con la Siria e nell’alta valle dell’Eufrate. Il nome in codice dell’offensiva, che in alcune zone si sta dispiegando a pochi metri dal confine siriano, è quello -da guerra fredda – di «Cortina d’acciaio». Interi villaggi sono stati spazzati via dai bombardamenti. Si ignora il numero delle vittime civili ma dovrebbe aggirarsi attorno alle centinaia. I ponti sull’Eufrate sono stati tutti fatti saltare dagli americani e per i feriti rimasti dall’altra parte non c’è scampo. Migliaia le famiglie in fuga sotto le bombe, prive di qualsiasi aiuto o assistenza.

Alla nuova offensiva lungo i 600 chilometri di confine con la Siria, incentratasi in particolare attorno a Husseiba, all’estremità occidentale della provincia sunnita ribelle di Al-Anbar, partecipano oltre 2.500 marine Usa e un migliaio di soldati iracheni. L’obiettivo di «Cortina d’acciaio» è lo stesso delle precedenti «Pugno di ferro» e «Porta del fiume», le altre due offensive degli ultimi tre mesi svoltesi nella stessa zona: «eliminare l’ influenza degli insorti» nella valle dell’Eufrate che costituirebbe una sorta di «sentiero di Ho Chi Min» attraverso il quale la resistenza irachena potrebbe muoversi a suo piacimento dalla parte occidentale della capitale sino al confine con la Siria.

All’indomani dell’Id al-Fitr, la festività islamica che segna la fine del mese sacro di preghiera e digiuno del Ramadan, l’offensiva a Husseiba è scattata all’alba, con l’interruzione delle forniture di acqua ed elettricità e dei collegamenti telefonici. Dagli altoparlanti montati sui loro mezzi blindati, i marine hanno poi invitato la popolazione ad abbandonare la cittadina dall’uscita di nord-est. Centinaia di famiglie sono state viste abbandonare Husseiba sventolando pezzi di stoffa bianca. «Molti abitanti di Husseiba sono venuti a rifugiarsi qui per evitare i bombardamenti aerei americani», ha riferito un medico dell’ospedale della vicina Al-Qaim, Mohammad Dulaimi. Il vice direttore dell’ospedale di Ana, un’altra cittadina vicina a Husseiba, ha dal canto suo riferito che si sta cercando d’inviare ambulanze per allontanare dalla zona dei combattimenti malati e donne incinte. «Non potevano aspettare altri due giorni dopo la fine dell’ Id? Avremmo almeno potuto goderci un pò di pace. Diciamo le cose come stanno. Chi paga per tutto questo? Siamo noi, povera gente innocente. Comincio a odiare qualsiasi cosa sia americana», ha affermato con rabbia un abitante di Husseiba in fuga.

Ieri intanto a Baghdad un alto esponente sunnita, membro della commissione che ha trattato sulla nuova costituzione e candidato alle prossime elezioni legislative, Fakhri al-Qaisi, del Consiglio per il dialogo nazionale, è rimasto gravemente ferito in un attentato mentre attraversava da solo la città al volante della sua auto. L’attentato ha provocato reazioni di rabbia da parte dei sunniti nei confronti del governo collaborazionista di Ibrahim al Jafaari, accusato di «coprire» le «squadre della morte» formate dalle milizie sciite e curde filo-Usa e filo-Iran. Intanto, con l’intensificarsi degli attacchi della resistenza, il numero dei soldati Usa caduti in Iraq continua a salire senza sosta ed arrivato a 2.046. Ottobre è stato uno dei mesi più sanguinosi per gli occupanti e novembre non sembra voler essere da meno. Basti pensare che nei primi cinque giorni del mese i soldati americani morti in Iraq sono stati diciassette.