Iraq, scontri a fuoco tra sciiti e sunniti

Le sparatorie a Baghdad e Bassora sono state casuali, ma una bambina e un uomo sono rimasti uccisi. I leader invitano alla calma

«Gutta cavat lapidem», la goccia insistente scava la pietra, dice un vecchio adagio: a furia di provarci, forse gli ignoti (ma non troppo) provocatori di Baghdad rischiano di riuscire nel loro intento, che è quello di provocare una guerra civile, o piuttosto interconfessionale, tra sciiti e sunniti. Ieri infatti ci sono stati due episodi preoccupanti: nella capitale una sparatoria tra sciiti e sunniti proprio sul ponte su cui martedì c’è stata la strage, e nel capoluogo meridionale di Bassora una sparatoria da un’auto in corsa contro due moschee sunnite, con un morto e cinque feriti. Sempre che non si sia trattato anche qui dei soliti provocatori. Per la verità, i leader delle due comunità ce la mettono tutta per scongiurare il pericolo. Nonostante l’ostilità dei sunniti per la Costituzione “federalista” e la possibilità che il loro elettorato la bocci nel referendum del 15 ottobre, gli sciiti sanno benissimo che uno scontro interconfessionale e una disgregazione dell’Iraq non sono nel loro interesse; così ieri nella capitale sunniti e sciiti hanno pregato insieme nella grande moschea di Um al-Qura e successivamente hanno organizzato una manifestazione congiunta di riconciliazione e di lutto per la tragedia di Al Khadhimia. Gli incidenti sopra citati sembrano dunque per ora episodi isolati, e si spera che tali rimangano; senza nascondersi tuttavia la tensione esistente e la pericolosità della situazione.
La meccanica della sparatoria di Baghdad è del resto in un certo senso occasionale. Una folla di sciiti si era incamminata verso il ponte sul Tigri, che divide il loro quartiere da quello sunnita, protestando per la strage di martedì e lanciando accuse non contro i sunniti come tali ma specificamente contro Al Qaeda, che certamente non rappresenta la comunità sunnita. I soldati di guardia sul ponte hanno avuto la pessima idea di sparare in aria per disperdere la manifestazione, e a questo punto i sunniti hanno pensato di essere sotto attacco e hanno sparato a loro volta. Nel confuso scambio di colpi una ragazzina di 12 anni è rimasta uccisa e alcune persone ferite, e questo non ha certo contribuito a rasserenare l’atmosfera. L’incidente è stato per fortuna circoscritto ma ha comunque lasciato strascichi di malumore e risentimento.

Diverso il contesto dell’incidente di Bassora. Qui il Supremo consiglio della rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), che è la più importante organizzazione politica degli sciiti, aveva indetto una manifestazione di sostegno alla Costituzione “federalista”, che dovrebbe consentire la creazione di uno Stato “federato” sciita nel sud come contraltare di quello curdo nel nord. Migliaia di cittadini hanno risposto all’appello e hanno formato un corteo che era aperto dagli armati della cosiddetta Organizzazione Sadr, la milizia degli sciiti organizzata in Iran al tempo di Saddam e che è intitolata all’ayatollah Mohammed Baqer al Sadr, assassinato a suo tempo dai servizi di Saddam e padre del leader radicale Moqtada al Sadr (che però al pari dei sunniti contesta il progetto di Costituzione); lo slogan scandito in coro dai manifestanti era: «La Costituzione, nostra arma contro il terrorismo». Mentre sfilava il corteo, da un’auto sono stati sparati colpi di arma da fuoco contro due moschee sunnite, una persona è rimasta uccisa e altre cinque ferite. Anche qui fortunatamente l’episodio è rimasto isolato e non ha coinvolto la massa dei manifestanti. Ma va ricordato che nei giorni scorsi proprio nella regione di Bassora ci sono stati violenti scontri, questa volta non fra sciiti sunniti ma fra diverse fazioni sciite, in disaccordo sia sulla Costituzione che sull’operato degli esponenti della comunità che siedono attualmente al governo, a cominciare dal primo ministro Ibrahim Jaafari.

In un altro importante centro del sud, la città santa di Najaf, si sono svolti ieri nella giornata festiva del venerdì i funerali di molti degli uccisi di martedì a Baghdad. Molti dei pellegrini che si recavano alla moschea dell’Imam al Khadim venivano infatti da Najaf e più generalmente dal sud; inoltre è usanza corrente fra gli sciiti cercare di farsi seppellire appunto a Najaf per essere vicini alla tomba del Califfo Ali, nipote e genero di Maometto e per così dire capostipite dello sciismo (o piuttosto della scìa) che ha la sua tomba nella moschea d’oro di quella città santa. Il clima era generalmente di dolore ma anche di compostezza; non è mancato tuttavia chi ha avuto espressioni di ostilità verso i sunniti, come il trentunenne Ahmed Chasib che martedì ha perso la moglie Nadia di 29 anni (con la quale era sposato da appena un anno) e che, intervistato dalla Reuters, ha accusato i sunniti del quartiere al di là del Tigri di avere lanciato contro i pellegrini in fuga «aggressivi chimici»; un’accusa priva di qualsiasi riscontro e certamente dettata da un forte stato emotivo.

I drammatici eventi di martedì e le loro ripercussioni hanno per 48 ore fatto passare in secondo piano la cronaca quotidiana degli scontri in Iraq, che tuttavia sono continuati. Anche ieri mattina due potenti esplosioni hanno scosso la Zona verde, il ridotto nel centro di Baghdad in cui il comando americano, le ambasciate e il governo provvisorio sono praticamente asserragliati; il comando delle forze Usa ha inoltre annunciato la perdita di altri tre militari, due caduti giovedì mentre erano di pattuglia nella capitale e il terzo ucciso mercoledì in un agguato poco a sud della città. La lista dei caduti americani dunque si allunga, mettendo ulteriormente in difficoltà il presidente Bush che continua improvvidamente a promettere «vittoria» ma che intanto è alle corde anche per la catastrofe di New Orleans. Forse può consolarlo che il ministro Martino se ne sia uscito l’altroieri nella singolare affermazione secondo cui l’Iraq «non è più un Paese occupato». Beato chi se ne accorge.