Iraq, ricetta Fmi: presto via le razioni alimentari

Il Fondo Monetario Internazionale e il governo collaborazionista di Baghdad, in una situazione nella quale il paese è allo stremo, la disoccupazione ai massimi storici e la sicurezza dei cittadini ai minimi, hanno deciso di dare corso ad un programma ferocemente liberista e si preparano ad abolire le tessere annonarie, introdotte dal passato regime durante l’embargo, e a tagliare le forniture mensili di generi alimentari con le quali milioni di famiglie sono sopravvissute in questi difficilissimi anni.Con il paese immerso in una sorta di guerra strisciante permanente tra gli occupanti e la resistenza, tra le milizie etniche e confessionali filo-governative e quelle antigovernative, ma anche, alle volte, in conflitti interni ai due campi, quello pro e quello anti-occupazione, il ministero del tesoro iracheno, avrebbe deciso di ridurre prima le quantità di generi di prima necessità distribuiti a prezzi politici, praticamente gratis, e poi di abolire del tutto il sistema del razionamento. La decisione fa seguito a quella, già assai controversa, di ridurre drasticamente i sussidi ai prezzi dei prodotti petroliferi, a cominciare da quelli della benzina, che ha portato ad un aumento vertiginoso di gran parte dei prodotti alimentari e dei mezzi di trasporto. Ancor più grave agli occhi di molti osservatori iracheni è il fatto che tale decisione sia stata presa dal governo al Jafaari, già dimissionario e in attesa di essere sostituito da un nuovo esecutivo di «unità nazionale» nel quale dovrebbero essere rappresentati anche alcuni esponenti della comunità sunnita anti-occupazione. Diciamo dovrebbero perché in realtà, sullo sfondo dei drammatici eventi seguiti all’attentato alla moschea sciita di Samarra, al quale è seguita una settimana di «caccia al sunnita» da parte delle milizie filo-iraniane al servizio del ministro degli interni Bayan Jabour e di misteriosi attacchi contro luoghi di culto sunniti e sciiti, tendenti a far precipitare il paese in una sorta di guerra civile strisciante, la formazione del nuovo governo iracheno non è mai sembrata così lontana. Nel frattempo a pagare per primi questa drammatica situazione sono ancora una volta, insieme alla popolazione irachena, i rifugiati palestinesi in Iraq. Lo ha sostenuto in un drammatico appello l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) secondo il quale nel corso di ripetuti attacchi al quartiere «palestinese» di Baladeyat a Baghdad sarebbero stati uccisi almeno una decina di palestinesi mentre gli «scomparsi» sarebbero decine e decine. All’origine di molti di questi pogrom vi sarebbero proprio le milizie filo-iraniane della «Badr Brigade» fedeli al ministro degli interni Bayan Jabour – soprannominato «mr. trapano» per il mezzo comunemente usato dai suoi squadroni della morte per torturare e uccidere i sunniti e i sospetti membri della resistenza. Lo stesso Jabour che sarebbe la fonte, non molto neutrale, delle accuse a carico del suo principale nemico, Abdel Salam al Qubaisi, il leader dell’Associazione degli Ulema musulmani sunnita per quanto riguarda l’inchiesta sui rapimenti di ostaggi italiani. E proprio Bayan jabour sembra essere diventato il principale ostacolo alla formazione di un governo di unità nazionale. La coalizione dei partiti sunniti del Fronte della concordia (Tawafuk) di Adnan Dulaimi, la Coalizione curda e la lista dell’ex premier ad interim Iyad Allawi, a capo di una lista sunnita-sciita-laica, hanno infatti annunciato che non entreranno nel nuovo governo se a presiederlo sarà l’attuale premier Ibrahim al Jafaari ( del partito sciita al Dawa) e se al ministero degli interni dovesse nuovamente andare Bayan Jabour, sostenuto dall’ala più filo-Tehran della coalizione unitaria sciita vincitrice delle elezioni. All’origine del no sunnita arabo a Jafaari e a Jabour c’è senza dubbio la scarsa prova di sè del premier uscente, il carattere eccessivamente «settario» e pro-Usa del suo governo e le eccessive violazioni dei diritti umani da parte delle forze speciali del ministero degli interni. All’origine del no curdo, oltre a questi motivi, ci sarebbe anche un recente viaggio ad Ankara durante il quale Jafaari si è pronunciato, per la prima volta, contro la divisione dell’Iraq su basi etniche e confessionali, e contro la curdizzazione forzata della città petrolifera di Kirkuk. Potrebbe così rompersi per la prima volta quell’alleanza tra partiti curdi e sciiti filo-Usa sulla quale si è retta sino ad oggi l’occupazione Usa dell’Iraq.