Iraq: resistenza a +23%

Il ministro della difesa Usa Donald Rumsfeld, sotto accusa per la sua disastrosa condotta della guerra in Iraq, e il Segretario dei stato Condoleezza Rice, di fronte al continuo precipitare della situazione irachena, si sono precipitati ieri a Baghdad, con un vero e proprio blitz, per una «foto opportunity» con la nuova «faccia irachena» dell’occupazione americana della Mesopotamia, il nuovo premier designato Jawad al Maliki, esponente sciita dell’ala filo-Usa del partito islamista «al Dawa», ordinandoli di formare al più presto (a quattro mesi dalle elezioni) un nuovo esecutivo «unitario». Per l’occasione al Maliki, già teorico della persecuzione dei nazionalisti arabi e dei sunniti, ha annunciato la sua decisione di tornare al suo vecchio nome, abbandonato quando nel 1980 fuggi all’estero per trascorrere poi i successivi 23 anni a Damasco: da oggi non sarà più Jawad ma Nuri Kamel al Maliki.
La gravità della crisi irachena – basti pensare che solamente nel mese di aprile sono stati uccisi 63 soldati americani – è stata confermata ieri da un’autorevole fonte governativa, il «Government Accountability Office». Secondo il suo ultimo rapporto, presentato al Congresso l’Iraq continua ad affondare nel baratro con un aumento degli attacchi della resistenza dal 2004 alla fine del 2005 di circa il 23% mentre l’estrazione del petrolio, la distribuzione dei carburanti, dell’elettricità e dell’acqua sono di molto inferiori ai livelli precedenti all’invasione del 2003. Secondo il rapporto, basato sui documenti del Dipartimento di Stato e del Pentagono, nel giro di poco più di un anno, il numero delle province irachene «instabili e violente», leggi praticamente fuori controllo, sarebbe passato da quattro a sei (Niniveh, Tamim, Salah ed Din, Diyala, Baghdad e Basra) mentre altre otto (quelle del centro-sud sciita) sarebbero «moderatamente stabili» ma «con condizioni che potrebbero portare rapidamente alla instabilità». In altri termini una rottura con Tehran farebbe precipitare la situazione con conseguenze facilmente immaginabili. La provincia più critica, quella dove si registra il maggior numero di attacchi contro le forze di occupazione e quindi di vittime tra le loro fila, è sempre quella di Anbar, con i principali centri della resistenza (Falluja, Ramadi, Haditha, Al Qaim), più volte attaccati e in gran parte distrutti dall’esercito Usa. L’aumento della resistenza e dell’instabilità generale si sarebbe accompagnato ad un crollo della ricostruzione in tutti i settori chiave: prima della guerra l’Iraq aveva una capacità produttiva nel settore petrolifero di 2,6 milioni di barili al giorno mentre nel marzo del 2006, dopo aver speso due miliardi di dollari questa non supera ancora i due milioni. Prima della guerra l’Iraq era arrivato, nonostante dieci anni di crudele embargo, a produrre 4300 megawatt mentre nel mese di marzo, tre anni e quattro miliardi di dollari dopo, la produzione è arrivata a 4.092 megawatt rispetto agli 8.000 necessari con black-out quotidiani di 10-12 ore, quando va bene.
Per quanto riguarda l’acqua potabile – sostiene il rapporto – prima della guerra vi poteva accedere il 50% della popolazione e adesso non più del 32%. Sullo sfondo di questa drammatica situazione Donald Rumsfeld e Condoleezza Rice hanno incontrato ieri nella superfortificata «Zona Verde» di Baghdad, i comandi americani e diversi alti dirigenti iracheni, tra cui il presidente Jalal Talabani, i suoi due vice, il nuovo presidente del parlamento Mahmud al Mashhadani e il premier al Maliki. I due esponenti dell’Amministrazione Bush hanno ribadito la necessità di cooptare nel governo almeno alcuni settori sunniti filo-Usa e quindi di limitare quella «caccia al sunnita» portata avanti dagli squadroni della morte dei partiti sciiti filo-Usa e filo-Iran – ormai incorporati nei reparti speciali antiguerriglia del ministero degli interni – che gli stessi comandi americani hanno contribuito a scatenare con la loro politica settaria di divisione del paese su basi etniche e confessionali. I due esponenti Usa hanno trovato Al Maliki «molto concentrato». Gli iracheni possono stare tranquilli.