Iraq, referendum dimezzato. Tornano i raid Usa: 70 morti

Secondo i primi dati ancora non ufficiali, nel referendum iracheno di sabato sul progetto di Costituzione ha votato più o meno il 60% degli aventi diritto (come nel gennaio scorso) esprimendo nell’insieme una maggioranza di “sì”, anche se il “no” è stato schiacciante nelle zone sunnite. Sono state dunque rispettate in linea di massima le previsioni della vigilia, anche se l’amministrazione Bush – malgrado abbia subito espresso la sua soddisfazione – si aspettava sicuramente qualcosa di meglio. Sono del resto gli stessi commentatori americani – o almeno i più avveduti ed obiettivi fra loro – a osservare che il referendum «non è tanto un successo (per Bush, ndr) quanto una ulteriore occasione per tentar di promuovere una soluzione politica» e che comunque, come afferma Anthony Cordesman del Centro di studi strategici e internazionali, esso «non mette fine proprio a nulla» (e dunque meno che mai alla resistenza e al terrorismo). Un bilancio alquanto magro dunque, o comunque al ribasso). Sembra cioè essersi ripetuto in linea di massima lo stesso copione delle elezioni parlamentari del 30 gennaio, almeno in cifre relative visto che questa volta avrebbe votato più o meno un milione di elettori in più.
In verità una differenza c’è: rispetto a gennaio, le fonti anche ufficiali americane ed irachene hanno evitato di suonare la grancassa, mantenendo un profilo meno enfatico e più cauto. E la ragione è presto detta: anche se formalmente approvata da una maggioranza di “sì”, la Costituzione è di fatto delegittimata dalla massiccia contrarietà dei sunniti, il cui peso storico-politico va al di là del 20% che rappresentano sul totale della popolazione; tanto più che al loro voto contrario si è aggiunto quello di una sia pur limitata percentuale degli stessi sciiti, in particolare quelli che si riconoscono nel movimento radicale di Moqtada al Sadr il quale aveva esplicitamente esortato a votare contro un testo «che spacca il Paese» (come evidente riferimento a quel federalismo cui si deve in primis l’ostilità dei sunniti).

Tutto ciò si riflette in modo abbastanza chiaro nelle cifre di cui finora disponiamo. Mancando ancora i dati di sette province su diciotto, abbiamo un 98% di sì a Suleimaniya e un 75% ad Erbil che sono zone curde, un 85% nelle città sante sciite di Najaf e Kerbela e addirittura un 97% nell’altro centro sciita di Kut, ma nella zona di Ninive (che comprende la città largamente curda di Mosul) i no sono stati 424mila contro 353mila sì, a Kirkuk (che i curdi rivendicano per il loro “Stato federato”) i sì sono fermi al 60% contro un 40% di no, mentre nella provincia sunnita che ha come capoluogo Ramadi i no sono al 90% e in quella che comprende Tikrit, località natale di Saddam Hussein, al 70%.

Una legittimazione dunque a dir poco problematica per una Costituzione che, secondo un ex-consigliere del governo-fantoccio, «non poggia sul consenso ed è massicciamente respinta da una parte del Paese». Le speranze risposte da Bush e dai suoi protetti Talabani e Jaafari sull’accordo dell’ultima ora con il partito islamico (sunnita) sono andate evidentemente deluse.

Ma ancora in tema di cifre, soffermiamoci un momento sul numero dei votanti. Sono stati, si dice, un po’ più del 60%, cioè in cifra tonda 9 milioni contro gli 8 di gennaio. Ma a parte il fatto che a tutt’oggi ancora non si sa quanti iracheni abbiano davvero votato nove mesi fa (e lo stesso accadrà forse per il voto di sabato), il 60% è riferito agli iscritti nelle liste elettorali, che erano 15,5 milioni, cioè a loro volta il 60% della popolazione complessiva dell’Iraq; il che vuol dire che nella migliore delle ipotesi ha votato solo un terzo dei cittadini iracheni, che sono 27 milioni (e sia pure tenendo conto dei minori). Altro che espressione della volontà “del popolo iracheno”! Non sorprende allora che un analista come Juan Cole, storico dell’Università del Michigan citato da “Washington Post”, possa sostenere che «questo affare è un enorme fiasco» che «garantisce che la guerriglia andrà avanti»; e ne sembra convinta perfino Condoleezza Rice la quale ha ammesso a Londra, bontà sua, che «gli insorti vanno sconfitti politicamente».

In attesa di una futura e per ora del tutto opinabile sconfitta politica, gli strateghi Usa continuano a cercare invano di ottenerne una militare, con i soliti metodi: nella provincia di Ramadi hanno lanciato una estesa offensiva «contro il terrorismo», soprattutto a ridotto del confine siriano (il che spiega le rinnovate minacce delle ultime ore contro il regime di Damasco); è stata impiegata in modo massiccio l’aviazione che ha fra l’altro raso al suolo almeno due villaggi provocando una settantina di morti, secondo il comando Usa naturalmente tutti “terroristi”, ma secondo fonti locali in maggioranza civili. Ma proprio a Ramadi domenica sono stati uccisi in una imboscata sei soldati americani. Una carta propagandistica, quella dell’offensiva anti-terrorismo, dunque tutto sommato deludente, nonostante il livello insolitamente (o almeno imprevedutamente) basso di attentati – almeno relativamente – durante le tre giornate elettorali, che non sono state caratterizziate da quella “tempesta di fuoco” che certi si aspettavano e che alcune dichiarazioni di Al Zarqawi avevano fatto temere. Va tuttavia ricordato che il Paese è stato in quei giorni letteralmente blindato, fra l’altro con l’obbligo di circolare soltanto a piedi, e che probabilmente si è anche voluta favorire, almeno di fatto, un’alta affluenza nelle zone sunnite (notoriamente roccheforti della guerriglia) proprio per accrescere il numero dei “no”.

Forse ai vertici della coalizione a guida Usa e negli ambienti del governo provvisorio ci si aspetta qualcosa di più, sul piano propagandistico, dal processo a Saddam Hussein, che dopo ripetuti rinvii dovrebbe cominciare domani e che – si sottolinea – rappresenta una novità assoluta nel Medio Oriente, dove finora i dittatori o i capi di Stato più o meno autoritari sono stati deposti, esiliati o addirittura uccisi (come è accaduto più volte proprio in Iraq) ma mai sottoposti a un pubblico processo. Tuttavia, si tratta di vedere fino a che punto il processo sarà davvero pubblico: si era parlato infatti in un primo momento di libero accesso alle televisioni, anche straniere, mentre ora sembra che ne saranno ammesse soltanto tre o quattro accuratamente selezionate e con riprese sottoposte a controllo. Inoltre il processo riguarderà per ora soltanto alcuni dei capi di imputazione formulati contro l’ex rais, incluso il bombardamento con i gas del 1988 sulla cittadina curda di Halabja dove morirono migliaia di persone; bombardamento compiuto peraltro con armi chimiche le cui componenti erano state fornite da ditte occidentali e per il quale gli Usa non batterono ciglio, dato che allora sostenevano e aiutavano direttamente Saddam nella sua guerra contro l’Iran khomeinista. Il rais – divenuto formalmente “cattivo” solo dopo l’invasione del Kuwait – si mostra deciso a contrattaccare, accusando Bush di essere lui il vero criminale, e potrebbe anche mettere in serio imbarazzo i suoi accusatori, a cominciare dalla Casa Bianca. Il processo dunque forse si aprirà, ma potrebbe anche essere subito rinviato, magari “per ragioni procedurali”, a tempi migliori.