Iraq, oltre sedicimila morti nel 2006

Sacrifici e pazienza è quel che Bush si prepara a chiedere agli americani. Non appena rientrato dalle vacanze ha iniziato a lavorare al discorso con cui da un
giorno all’altro dovrebbe annunciare il nuovo piano per l’Iraq. Colpi di scena non sono attesi, la strategia che il presidente sembra convinto a tentare circola da mesi tra le ipotesi avanzate sia dall’Iraq Study Group che dagli esperti militari: aumento temporaneo delle truppe per stabilizzare la situazione e affrettare il passaggio di consegne agli iracheni in vista di un progressivo ritiro. Un’idea molto rassicurante a parole, molto più difficile da tradurre in pratica e persino chi in passato per garantire la sicurezza ha sostenuto la necessità di impegnare un contingente superiore agli attuali 140mila uomini s’interroga se a questo punto non sia troppo tardi. I dati appena diffusi dal governo iracheno danno un’idea di quale sia in realtà la situazione di quella che Bush chiama «una giovane democrazia fondata sul rispetto della legge»: 16.273 gli iracheni morti ammazzati nelle violenze che hanno segnato il Paese nel 2006. Il bilancio fa dell’anno appena concluso il più sanguinoso dall’inizio dell’invasione anglo-americana nel 2003. Tra le vittime figurano 14.298 civili, 1.348 poliziotti e 627 militari.
In totale si tratta di una valutazione superiore a quella di circa 14mila morti indicata dall’Ap che tiene il conto basandosi sulle notizie pubblicate giornalmente dalla stampa locale. Altre organizzazioni stimano un bilancio di almeno 19mila morti sulla base della documentazione ottenuta da stazioni di polizia, ospedali e obitori. Le Nazioni Unite stimano addirittura una media di cento morti al giorno, ovvero oltre 36mila vittime nel 2006. Le discrepanze sono dovute non solo alle oggettive difficoltà di tenere il conto di una simile carneficina in un Paese in mezzo al caos e privo dei più elementari servizi, ma al fatto che gli iracheni non includono nelle loro statistiche coloro che muoiono in un periodo successivo per le ferite riportate. Anche a voler prendere in considerazione i calcoli più prudenti, il dato di tendenza resta quello di un’ecatombe che è andata peggiorando nella seconda metà del 2006. Solo nel dicembre scorso i tabulati del ministero dell’Interno riportano i nomi di 1.930 iracheni, tre volte e mezzo di quelli uccisi a gennaio. Il ministero della Sanità in un separato rapporto indica 2.600 morti a settembre. Per ottobre il dato fornito dall’Onu – e contestato dalle autorità irachene – è di 3.700 morti. Le forze di polizia assolvono ogni mattina alla macabra routine di raccogliere dozzine di cadaveri per le strade: la ronda dei furgoni mortuari procede insieme a quella dei camion della spazzatura. Tutte vittime della violenza settaria tra fazioni sciite e sunnite. A Baghdad il primo dell’anno sono stati trovati 40 cadaveri ammanettati, bendati e crivellati di proiettili. Altri 15 corpi sono stati scoperti nel distretto industriale di Sheik Omar . Nell’elenco dei morti nelle prime ore del 2007 c’è anche il nome di un dipendente dell’ambasciata algerina.