Iraq, oil for kill. Scontro all’ultima goccia

Volete “una informazione completa, semplice e trasparente” sul mercato petrolifero? Basta entrare nell’apposita “cabina di monitoraggio e valutazione” aperta dal ministero dell’industria nel suo sito Internet. Qui vi offrono tutto ciò che dovrebbe servire a chiarirvi le idee: una tabella giornaliera dei “prezzi consigliati” dalle compagnie petrolifere e, settimanalmente, le “variazioni congiunturali” dei prezzi. A fugare ogni residuo dubbio dovrebbe essere il fatto che sovrintende al monitoraggio la “direzione generale per l’armonizzazione e la tutela del mercato”.
Ad essere sinceri, un dubbio resta sulla completezza, semplicità e trasparenza di questo tipo di informazione, prevalente anche sui media, che ci aggiorna sulle variazioni congiunturali del mercato petrolifero ma ci nasconde i suoi problemi strutturali. C’è da dubitare, ugualmente, su concetti come “armonizzazione” e “tutela” in un mercato, quello dell’oro nero, dove è in corso uno scontro all’ultima goccia combattuto con strumenti non solo economici, ma politici e militari.

Chi produce e chi consuma
Quattro regioni, nel mondo, producono più petrolio di quello che consumano. In base alla BP Amoco Statistical Review of World Energy (edizione 2000 con dati aggiornati al 1999), esse sono: il Medio Oriente, la cui produzione supera del 389% il consumo; l’Africa, che produce il 208% in più di petrolio di quello che consuma; l’America meridionale e centrale, che ne produce il 56% in più. E’ in attivo anche l’area dell’ex Unione Sovietica, nonostante che a causa della crisi economica la sua produzione petrolifera sia calata da 607 milioni di tonnellate nel 1989 a 370 nel 1999; ma, essendo calato in maggior misura il suo consumo sempre a causa della crisi (da 413 a 182 milioni di tonnellate), essa produce oggi il 103% in più di quanto consuma, in confronto al 47% nel 1989. Da queste regioni provengono i maggiori flussi petroliferi: al primo posto nelle esportazioni (sia di greggio che di prodotti derivati) è il Medio Oriente, con 909 milioni di tonnellate; al secondo, l’Africa con 285; al terzo, l’ex Unione Sovietica con 198; al quarto, l’America meridionale e centrale con 155. Anche Messico, Canada e Indonesia sono esportatori petroliferi.
I maggiori consumatori di petrolio sono gli Stati Uniti: con una popolazione equivalente al 4,5% di quella mondiale, essi consumano il 25,5% di tutto il petrolio prodotto nel mondo. Il loro consumo è aumentato, tra il 1989 e il 1999, dell’11%, salendo a 883 milioni di tonnellate annue. Nello stesso periodo, però, la produzione petrolifera nazionale è calata di oltre il 17%. Gli Stati Uniti, di conseguenza, consumano circa il 60% in più di quanto producono e sono quindi i maggiori importatori petroliferi, con 521,5 milioni di tonnellate annue.
L’Europa occidentale, tra il 1989 e il 1999, ha accresciuto anch’essa il proprio consumo dell’11%. A differenza degli Stati Uniti, ha però aumentato anche la propria produzione petrolifera, che è cresciuta del 74% grazie soprattutto a quella norvegese e britannica. Nonostante ciò, consuma il 53% in più di quanto produce, collocandosi al secondo posto nelle importazioni con 481 milioni di tonnellate annue. Deficitario al cento per cento è il Giappone, che deve importare tutto il petrolio che consuma: 259 milioni di tonnellate annue. Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone – la cui popolazione complessiva del 13% di quella mondiale – consumano il 52% del petrolio prodotto al mondo e totalizzano il 62,5% delle importazioni petrolifere mondiali.

Chi controlla le riserve
Mentre si continua a estrarre sempre più petrolio (la produzione mondiale è aumentata dell’11,5% tra il 1989 e il 1999), calano le riserve – i giacimenti conosciuti che, nelle attuali condizioni economiche e tecnologiche, sono economicamente sfruttabili. Anche se la cabina di monitoraggio del ministero non lo dice, il petrolio non è una risorsa rinnovabile. Agli attuali ritmi di produzione, molti giacimenti si esauriranno prima della metà del secolo, rendendo l’estrazione sempre più costosa.
Il Medio Oriente, che fornisce oggi il 50% dell’esportazione mondiale di greggio, possiede le maggiori riserve petrolifere economicamente sfruttabili: si stima che quelle dell’Arabia Saudita possano durare (agli attuali ritmi di produzione) circa 90 anni; quelle dell’Iraq, del Kuwait e degli Emirati arabi uniti, oltre un secolo. Gli Stati Uniti, il maggiore consumatore di petrolio del mondo, hanno invece sul proprio territorio riserve la cui durata viene stimata in appena 10 anni. Anche se in futuro potrebbero essere introdotte tecniche in grado di rendere sfruttabili alcuni giacimenti che attualmente non lo sono, è certo che le riserve statunitensi sono ormai in fase di esaurimento. Il costo medio di un barile di petrolio estratto negli Stati Uniti è, già oggi, cinque volte superiore a quello di un barile estratto nel Golfo persico.
Il controllo delle riserve petrolifere di questa regione è quindi di importanza vitale. “Il nostro obiettivo generale è quello di rimanere la potenza esterna predominante nella regione e preservare l’accesso statunitense al suo petrolio”, si proponeva il presidente Bush Senior nel 1992 dopo la guerra del Golfo. “Non possiamo perdere di vista il fatto che, nel lungo termine, la stragrande parte delle riserve petrolifere accertate sarà ancora in Medio Oriente e che la dipendenza statunitense da queste fonti petrolifere crescerà, man mano che le nostre riserve si esauriranno”, dichiarava il presidente Clinton nel 1997. Ancora non è noto il pensiero del presidente Bush Junior, ma l’azione con cui ha inaugurato la sua amministrazione – il bombardamento di Baghdad – è più eloquente delle parole. Non è che il repubblicano Bush sia stato in questo molto originale: il democratico Clinton inaugurò la sua presidenza, nel giugno 1993, con il lancio di 23 missili da crociera contro Baghdad. Cambiano le amministrazioni, ma la politica resta la stessa: alimentare la tensione per giustificare una presenza militare permanente degli Stati Uniti in quest’area, sostenere le fidate monarchie, impedire con l’embargo che l’Iraq riprenda appieno la produzione per meglio controllare i flussi petroliferi e, in generale, continuare la collaudata politica del “divide et impera”.

L’importante è partecipare
Non a caso all’ultimo attacco contro l’Iraq, come ai precedenti, ha partecipato la Gran Bretagna. Le principali compagnie petrolifere che controllano direttamente o indirettamente gran parte della produzione di greggio anche nei paesi dell’Opec – e, contemporaneamente, gran parte del processo di raffinazione e commercializzazione dei prodotti petroliferi – sono le “tre sorelle”: la statunitense Exxon-Mobil, la britannico-olandese Royal Dutch-Shell e la britannico-statunitense British Petroleum-Amoco.
Si gioca quindi nel Golfo una complessa partita, la cui posta è ben chiara: chi nei prossimi decenni controllerà le sue riserve petrolifere avrà in mano un’arma di fondamentale importanza nei confronti non solo degli avversari ma anche degli alleati. Basti pensare che già oggi provengono da quest’area il 39% delle importazioni petrolifere dell’Europa occidentale e il 78,5% di quelle giapponesi, in confronto al 23% delle importazioni statunitensi.
L’Europa, le cui riserve principali hanno una durata stimata in circa 10 anni, non sta però a guardare: la forza di reazione rapida, di cui è stata decisa la costituzione (pur con un ruolo subalterno alla Nato) potrà essere proiettata fino nel Golfo persico. E anche l’Italia – sottolinea con orgoglio la Marina militare nel rapporto 1999 – “svolge un crescente e solido ruolo geostrategico nel Mediterraneo allargato”, spazio geopolitico comprendente le vie meridionali di accesso al “Golfo Persico che, attraverso lo Stretto di Hormuz, è intimamente collegato al sistema mediterraneo di rifornimenti energetici”.
Proponiamo a questo punto al ministero dell’industria di includere anche questi dati nella cabina di monitoraggio e valutazione del mercato petrolifero. Così l’informazione, anche se non completa, potrà almeno essere più trasparente.