Iraq, Obama tenta di ridurre il danno

Barack Obama, nell’annunciare solennemente alla Nazione la fine della fase di combattimento delle truppe statunitensi in Iraq, quella che i più definiscono in modo inappropriato la “fine della guerra”, ha usato toni dovutamente dimessi, evitando celebrazioni che, come ricorderanno in molti, furono invece in modo trionfale quanto improvvido fatte dal suo predecessore solo due mesi dopo l’inizio dell’invasione del paese del Tigri e dell’Eufrate. G. W. Bush annunciò la fine della guerra il primo maggio 2003. Missione compiuta, disse. Gli alleati più servili, quelli che divisero l’Europa e abbracciarono il delittuoso e disastroso disegno neoconservatore, come il governo Berlusconi, si affrettarono ad inviare contingenti per sostenere l’occupante e prepararsi a raccogliere i frutti dei dividendi del petrolio, unica risorsa di quel paese. Inascoltate le proteste contro la guerra preventiva che percorsero le strade di tutto il mondo, con milioni di donne e uomini che vi presero parte.
La guerra, come sappiamo, non finì allora. Una guerra costruita su menzogne inaudite. E non è finita con il discorso di Obama l’occupazione dell’Iraq. Continuerà con il nome di “Nuova Alba”. Non era quindi né il luogo né il momento per celebrare vittorie, poiché di vittoria non si tratta. Si tratta di un cambiamento radicale di strategia, di un tentativo di riduzione del danno rispetto ad errori strategici e politici immani che hanno creato una situazione di instabilità permanente in tutta l’area. In Iraq, oltre ad innumerevoli basi statunitensi, rimarranno cinquantamila soldati. Con compiti di addestramento viene detto, ma soprattutto di controllo. Come quello dello spazio aereo, che rimarrà saldamente in mano Usa. Sarà lasciato all’esercito irakeno il compito di sedare quel che rimane della resistenza e di controllare quel conflitto interreligioso e settario che è stato il regalo di questa sciagurata invasione e guerra, lo strumento con cui si è divisa la ribellione all’invasione. Lo scontro tra sciiti e sunniti, in primis, ma non solo. L’Iraq che l’impero americano ha lasciato è un Iraq diviso al punto che da mesi, esattamente da sei, non riesce a dar vita ad un nuovo governo. E’ un Iraq dove rimarranno per sempre le immagini e i ricordi delle stragi e dei crimini di guerra, come quello perpetrato con il fosforo bianco a Falluja. E’ un Iraq povero e con un’economia distrutta, a rischio costante di precipitare in una guerra civile, dove le bombe continuano ad esplodere e i civili a morire. Sono centinaia di migliaia le vittime di questa guerra che non avevano divise.
Obama, con questo annuncio, cerca di liberarsi dall’eredità di Bush. Cerca di allontanarla dalla sua immagine, di dare il senso di quel cambiamento che tutti aspettavano e che non riesce a farsi vedere. Cerca di recuperare disperatamente terreno in vista delle elezioni di Novembre, soprattutto fra i suoi elettori delusi, fra quella parte di pacifisti che lo aveva sostenuto. Ma nella politica estera e di difesa la continuità con il suo predecessore è ben rappresentata dal repubblicano Ministro della difesa dei due Presidenti, Robert Gates, oltre che nella guerra che continua in Afghanistan. La fine della fase di combattimento delle truppe in Iraq si muove infatti nel solco della strategia dell’ultimo tempo della precedente amministrazione. Costruire nell’area mediorientale un fronte arabo moderato, in gran parte sunnita, che contenga le aspirazioni del paese che dalla guerra ha ricevuto un ruolo di potenza regionale, ovvero l’Iran. Per questo ripete anche le orme del suo predecessore nel tentare di organizzare l’ennesimo vertice israelo palestinese, che si svolgerà proprio oggi nella capitale Usa. Temiamo che come ad Annapolis, si tratterà di un fiasco annunciato.
Detto ciò, sicuramente l’annuncio della fine delle operazioni belliche è di gran lunga preferibile a quelli di guerra che appassionavano il predecessore di Obama. Questo è anche il frutto della contrarietà di gran parte dell’opinione pubblica americana e mondiale alla guerra all’Iraq. Ma un annuncio non significa la chiusura della stagione della guerra permanente e preventiva, cosi come non sgombra il campo dal rischio di nuovi possibili attacchi e conflitti, come di quello all’Iran. Speriamo che l’Iraq e la sua tragedia servano da monito.

Fabio Amato