Iraq: l’Italia lascia, anzi no

Il contingente italiano schierato in Iraq al fianco delle truppe di occupazione Usa si ritirerà nei prossimi giorni, prima dell’insediamento del nuovo governo o lo farà all’inizio dell’estate, come sembra emergere dal programma dell’Unione, o invece verrà semplicemente ridotto, con diverse centinaia di soldati lasciati in Mesopotamia per «addestrare» le nuove forze di sicurezza irachene – dedite alle violazioni dei più elementari diritti umani – «proteggere» la «ricostruzione» e sostenere l’occupazione Usa dell’Iraq?
Lo «scottante» tema della «exit strategy» dalla Mesopotamia, messo da parte durante la campagna elettorale, è tornato ieri al centro del dibattito politico con un articolo del quotidiano arabo stampato a Londra «al-Sharq al-Awsat» secondo il quale i nostri militari «avrebbero ricevuto indicazioni dal loro governo» di organizzare il ritiro «nei prossimi giorni». Lo ha sostenuto, citando una fonte del governo iracheno e la stessa amministrazione civile di Nassiriya «che avrebbe ricevuto avvisaglie sulla possibile partenza delle truppe italiane» accampate nel deserto nei pressi della città, jasim Dakhil, il corrispondente del quotidiano dalla città di Bassora. «E’ una bufala» ha risposto subito il ministro della difesa Antonio Martino a margine di una visita ai militari italiani a Sarajevo, aggiungendo poi che il calendario del rientro del contingente «resta quello annunciato a gennaio in Parlamento». Secondo la tabella di marcia del passato governo il contingente italiano avrebbe visto scendere i propri effettivi da 3200 uomini lo scorso agosto a 2900 a settembre, 2600 a gennaio, 1600 a giugno per avviarsi poi «a fine anno» «alla conclusione della missione Antica Babilonia». Con il 2007, ha però ricordato Antonio Martino, la missione in Iraq non finirà ma cambierà nome diventando «prevalentemente civile». Il problema sta proprio in quel «prevalentemente» dal momento che, secondo i progetti del governo Berlusconi – ispirati da Washington – diverse centinaia di uomini del nostro contingente resteranno in Iraq «per dare la dovuta copertura all’intervento civile», mentre altri ufficiali italiani resterebbero per addestrare le nuove forze di sicurezza locali in ambito Nato.
Questo quadro, secondo il quale il nostro intervento militare in Iraq sarebbe destinato a continuare, è stato confermato tre giorni fa dal capo di stato maggiore dell’esercito italiano, generale Filiberto Cecchi nel corso di un incontro con la stampa. L’alto ufficiale non ha parlato di ritiro ma di «ridimensionamento della missione in Iraq» e di un suo «cambiamento di status» alla fine dell’anno con il prevalere della «componente civile». Questa però, visto che «la situazione sul terreno potrebbe non essere ancora stabilizzata in maniera adeguata… dovrà essere adeguatamente protetta».
L’intervento del Capo di stato maggiore dell’esercito è interessante soprattutto per la sicurezza con la quale il generale Cecchi ha parlato della continuazione di una nostra presenza in Iraq, anche se ridimensionata, quasi che questa sia data per scontata non solo negli ambienti militari italiani ma anche alla Nato e soprattutto negli Usa.
Come questi progetti possano conciliarsi con l’impegno preso dal centrosinistra a ritirare le nostre truppe dall’Iraq non è chiaro a meno che, ancora una volta, gli ambienti «atlantici» del nuovo governo non siano già pronti ad un nuovo gioco delle tre carte spacciandoci come «ricostruzione» e come «intervento civile» l’occupazione, la balcanizzazione e il saccheggio Usa dell’Iraq.