Iraq: l’embargo dell’acqua

Bombardate le fonti idriche nella «Tempesta nel deserto», dice la Dia. Le rivelazioni Epidemie programmate: distruzione degli impianti idrici (bombardati) ed embargo sugli impianti e i prodotti chimici necessari per purificare l’acqua

Mentre si prepara la seconda guerra, in Iraq si continua a morire per la prima. Si calcola che ogni ora muoiano 6 bambini di età inferiore ai cinque anni, 150 al giorno, 4.500 al mese, oltre 50mila l’anno, più altrettanti adulti. Una strage – solo tra i bambini le vittime sono state finora circa mezzo milione – provocata, oltre che dalla denutrizione cronica e la mancanza di medicinali, dalla carenza di acqua potabile e dalle conseguenti malattie infettive e parassitarie. La percentuale di popolazione con accesso all’acqua potabile è crollata dal 90%, prima della guerra del 1991, al 41%. Peggiore è la situazione nelle aree rurali, dove dispone di acqua potabile appena il 33% della popolazione, in confronto al 50% in quelle urbane. Ciò è dovuto non a «danni collaterali» dei bombardamenti, ma al fatto che nel 1991 l’aviazione statunitense e alleata (compresa quella italiana) ha metodicamente distrutto, in Iraq, gli impianti idrici. Quali sarebbero stati gli effetti sulla popolazione, è stato chiaramente previsto e programmato sin dai primi giorni dei bombardamenti, iniziati il 17 gennaio 1991. Lo confermano alcuni documenti della Dia (Defense Intelligence Agency) statunitense, recentemente declassificati. Nel rapporto Effects of Bombing on Disease Occurrence in Baghdad (22 gennaio 1991), si prevede che, per effetto del bombardamento di Baghdad, «vi è la massima probabilità che, entro 30-60 giorni, scoppino tra i civili e i militari malattie, attribuibili al degrado degli impianti di depurazione e distribuzione dell’acqua, delle attrezzature elettriche, dei servizi di raccolta dell’immondizia e della normale medicina preventiva». Si fa quindi un elenco delle malattie – diarrea acuta, tifo, colera e altre – che colpiranno la popolazione, precisando tra parentesi che ne saranno affetti «particolarmente i bambini». Epidemie simili, si prevede, scoppieranno in «qualsiasi altra area urbana irachena abbia subito danni alle infrastrutture».

Un altro rapporto della Dia – Iraq Water Treatment Vulnerabilities (22 gennaio 1991) – sottolinea che, in Iraq, l’acqua è in genere di «bassa qualità». I fiumi «contengono materiali biologici e altri inquinanti e sono pieni di batteri». Perciò, «se l’acqua non è depurata col cloro, possono scoppiare epidemie di colera, epatite e tifo». Inoltre, anche «le industrie alimentari, elettroniche e in particolare farmaceutiche hanno bisogno di acqua estremamente pura». Il rapporto precisa quindi che «per purificare l’acqua, l’Iraq dipende dall’importazione di specifici impianti e prodotti chimici». Dato che «non è in grado di fabbricarli all’interno, cercherà di aggirare le sanzioni delle Nazioni unite per importare questi prodotti vitali che sono sotto embargo». In alternativa, «l’Iraq potrebbe tentare di convincere le Nazioni unite e singoli paesi a togliere le sanzioni sulle forniture di apparecchiature idriche per ragioni umanitarie».

Con freddo linguaggio tecnico lo stesso rapporto sottolinea che, «se tale tentativo fallirà, l’Iraq non avrà alternative». Si prevede quindi che, proseguendo i bombardamenti e mantenendo l’embargo, «la capacità irachena di depurare l’acqua subirà un lento declino» e che «probabilmente occorreranno sei mesi perché il sistema di depurazione sia completamente degradato». Successivi documenti della Dia – Disease Outbreak in Iraq (21 febbraio 1991), Medical Problems in Iraq (15 marzo 1991), Health Conditions in Iraq (giugno 1991), Iraq: Assessment of Current Health Threats and Capabilities (15 novembre 1991) – confermano il successo dell’operazione. «Le condizioni sono favorevoli perché, nelle maggiori aree urbane colpite dai bombardamenti della coalizione, scoppino malattie infettive», afferma il rapporto del 21 febbraio 1991, riscontrando che «l’incidenza delle malattie infettive a Baghdad, Bassora e altre città è aumentata dall’inizio dell’operazione Tempesta del deserto».

Il governo Usa, come dimostrano questi documenti, ha dunque perseguito un preciso piano: prima bombardare gli impianti iracheni per provocare una crisi idrica, quindi impedire con l’embargo che l’Iraq potesse importare i sistemi di depurazione. Le conseguenze sanitarie che ne sono derivate erano chiaramente previste sin dall’inizio e programmate in modo da accelerare il collasso dell’Iraq. Questo piano è stato contrastato dalla cooperazione internazionale di associazioni ed enti locali (in Italia soprattutto attraverso «Un ponte per»), i cui aiuti hanno contribuito a riparare in parte gli impianti idrici iracheni. Tutto quello che è stato costruito rischia ora, però, di essere distrutto dalla seconda guerra all’Iraq, che si preannuncia ancora più micidiale della prima. Solo nell’area di Baghdad – prevedono funzionari delle Nazioni unite intervistati dal Washington Post (29 ottobre) – 6 milioni di persone rimarranno senza acqua potabile. Si sta dunque programmando con lucidità una seconda strage. Ci penseranno dopo gli Stati uniti a ricostruire le tubazioni: non dell’acqua ma, prima di tutto, del petrolio.