Iraq, la strage silenziosa dei professori

Sono oltre 150 i docenti universitari assassinati in Iraq dall’inizio dell’occupazione del Paese. Il dato è stato diffuso il 9 marzo 2006 da Issam al Rawi, segretario della Lega dei professori universitari e membro del Consiglio degli Ulema. Altre stime parlano di 300 accademici assassinati, e c’è si spinge a dire che sono mille. Alcuni calcolano solo il numero dei docenti universitari, altri aggiungono quello degli insegnanti delle scuole medie e superiori, altri ancora quello degli intellettuali con incarichi non scolastici, come i consulenti governativi. Quello che è certo, è che la classe intellettuale irachena è in grave pericolo. Dei professori assassinati, alcuni sono stati uccisi dalle forze statunitensi, gli altri in omicidi mirati che colpiscono questa categoria professionale.
Dietro questi omicidi non c’è una logica chiara: non si tratta di professori legati tra di loro da appartenenza politica, né geografica. Gli omicidi infatti hanno avuto luogo in quasi tutte le città sedi universitarie del Paese, da Mosul a Baghdad a Bassora, ed hanno colpito prevalentemente docenti di materie umanistiche, più che gli scienziati. Molti professori, di fronte a questa situazione, hanno scelto di andarsene, la maggior parte per trasferirsi in altri Paesi del Medioriente. A questo si aggiunge la situazione di assoluto degrado della maggior parte delle Università, saccheggiate tre anni fa e non ancora messe in condizione di svolgere al meglio la loro funzione.

Lo scorso anno il Tribunale Bertrand Russel aveva lanciato una petizione internazionale per la loro tutela. Nell’appello si chiedeva un intervento affinché avesse fine questa campagna di omicidi che, secondo i firmatari, «mira ad eliminare l’intelligenza qualificata del Paese, che potrebbe farsi carico del futuro culturale, accademico e scientifico di un Iraq libero e sovrano». Il 15 marzo di quest’anno Abidi Hasni, direttore del Centro Studi e Ricerche del Mondo Arabo e Mediterraneo di Ginevra (Cermam), ha reiterato la richiesta di protezione, appellandosi anche alla comunità accademica internazionale. Basterebbe un gesto semplice, dice Hasni: «patrocinare un docente dell’Iraq e accoglierlo, per uno, due o tre mesi, il tempo di dargli una tregua in questo contesto di follia di morte». Anche all’Unesco viene chiesto, polemicamente, di intervenire, poco è stato fatto dalle istituzioni delle Nazioni Unite, ancora meno dai governi iracheni: Fatih Abdulsalam, editorialista del quotidiano iracheno Azzaman, accusa il governo di dare ogni giorno notizia di arresti di presunti terroristi, ma di non aver risolto neanche uno dei casi di docenti assassinati. «Che senso ha instaurare un governo provvisorio o permanente, che senso ha la democrazia se non si è capaci di trovare neanche uno degli assassini di questi professori?» Il successo di un governo è nel minor numero possibile di casi di omicidio insoluti, scrive nell’edizione del 18 marzo. E chiede che il ministero dia una risposta. Finora, come sottolinea ancora Abidi Hasni, l’unica risposta del governo è stata quella di aver dato armi ai docenti affinché possano difendersi.