Iraq, la Rice ammette il disastro

Se conviene ai nostri interessi, commettere migliaia di errori non vuole per forza dire sbagliare. Questo sembra essere il messaggio di fondo con cui il Segretario di stato americano, Condoleezza Rice, ha cercato di smarcarsi da un fuoco di domande sulla guerra in Iraq e la prigione di Guantanamo, piovutole in testa ieri durante una visita di cortesia alla cittadina inglese dove la sua controparte britannica Jack Straw è stato eletto in parlamento. «Abbiamo fatto migliaia di errori tattici», ha ammesso la Rice rispondendo alla domanda se la Casa Bianca avesse tratto qualche lezione dall’invasione irachena. «Ma credo fermamente – ha proseguito il capo della diplomazia Usa – che sia stata una decisione giusta da un punto di vista strategico».
Il responsabile della politica estera americana è finita a parlare a Blackburn – un piccolo centro vicino a Liverpool mai considerato prima nei circuiti delle visite diplomatiche – per ricambiare una visita che il suo omologo britannico aveva fatto lo scorso autunno ad una cittadina altrettanto sconosciuta nella profonda Alabama in cui la Rice è cresciuta.
Solo che, contrariamente all’accoglienza calorosa riservata dagli americani al segretario britannico, la Rice è stata ampiamente contestata durante la sua visita nel nord dell’Inghilterra. Circa il 20% degli abitanti di Blackburn è di religione musulmana, e inizialmente era stata programmata da parte del Foreign Office una tappa alla moschea locale. Ma quando i fedeli hanno saputo della visita, hanno fatto sapere che la segretaria americana non sarebbe stata la benvenuta, costringendo i diplomatici ad un cambio di itinerario dell’ultimo minuto.
Davanti ad una scuola che era stata inclusa nell’itinerario della visita, poi, «Condi» ha trovato un gruppo di qualche centinaio di manifestanti che agitavano cartelli di protesta. La maggior parte erano genitori degli alunni della scuola, indignati dal fatto che i loro figli potessero essere usati come strumento di propaganda per rinsaldare i rapporti tra i due alleati guerrafondai.
«Non voglio che predichi quello che ha fatto in Iraq ai miei figli» ha detto alla Bbc Rabiya Adam, una delle madri riunite a manifestare fuori dalla scuola, che per sicurezza è stata circondata da uno schieramento impressionante di poliziotti. Quando poi la Segretaria è finalmente riuscita a tenere un discorso sulla politica estera del suo paese, molti cittadini di Blackburn devono essersi sentiti un poco presi in giro. Sottolineando l’impegno del suo paese nel promuovere la giustizia e lo stato di diritto, la Rice ha affermato che gli Stati Uniti «non vogliono essere i carcerieri del mondo».
«Vogliamo che i terroristi catturati subiscano un processo per i crimini compiuti. E non tolleriamo che nessun americano in casa o all’estero commetta atti di tortura».
Affermazioni che sono probabilmente suonate piuttosto fuori luogo nel contesto britannico, vista la ben nota realtà di Guantanamo, dove ci sono prigionieri tenuti segregati (senza processo né capi d’imputazione formali) da quasi quattro anni. E soprattutto se si considera che la prigione americana annovera tra i suoi «detenuti senza motivo» almeno due persone provenienti dalla stessa Inghilterra.
Davanti all’argomento sollevato dalla Rice, neanche Straw deve essersi sentito a suo agio. Secondo quanto emerso in un tribunale britannico lunedì scorso, infatti, sarebbero stati proprio i servizi segreti di Sua Maestà a dare le informazioni necessarie perché la CIA riuscisse ad arrestare i due uomini – Bisher al-Rawi e Jamil el-Banna – durante un viaggio in Gambia.
In una delle prove più lampanti scoperte fino ad ora sulla collaborazione del governo britannico nelle cosiddette extraordinary renditions, la corte ha messo agli atti che l’MI5 ha quindi aiutato gli americani a rintracciare i due soggetti fornendo informazioni sul loro viaggio. Con un volo speciale dal Gambia, al-Rawi e el-Banna sono stati trasportati in Afghanistan via Il Cairo per poi finire nella prigione americana a Cuba.
Secondo l’avvocato che sta cercando di ottenere il rilascio dei due, in Afghanistan i prigionieri sarebbero stati esposti per giorni a torture psicologiche tra cui privazione del sonno ed esposizione prolungata a musica ad altissimo volume. Il che, se non altro, contribuisce ad esporre ulteriormente la triste incoerenza del discorso tenuto ieri dalla Rice.