Iraq, la guerriglia perde l’asso di fiori

«Il capo della resistenza e dei mujaheddin è morto venerdì undici novembre alle 02,20». Con questo scarno comunicato fatto recapitare alla rete televisiva Al Arabiya il Partito arabo socialista, il Baath, Comando dell’Iraq, ha annunciato la morte del vice presidente iracheno Izzat Ibrahim, il più alto esponente del regime ancora in clandestinità, considerato da più parti come uno degli ispiratori della resistenza irachena. Per il momento non si sa né dove, né come sia deceduto ma la sua morte potrebbe essere stata provocata da una grave forma di leucemia diagnosticatagli nel 1999. Inseguito da una taglia di dieci milioni di dollari e nonostante il sequestro della moglie e della figlia e di gran parte dei suoi parenti, Izzat Ibrahim, assai noto per i suoi capelli e baffi rossi, dalla caduta di Baghdad nell’aprile del 2003 era sempre riuscito ad evitare la cattura pur dovendosi periodicamente sottoporre a cure molto complesse. Il braccio destro di Saddam Hussein, comandante delle forze irachene nel nord dell’Iraq durante l’invasione del marzo 2003, aveva subito fatto perdere le sue tracce alimentando sempre più, con il passare del tempo, le voci che lo davano come uno dei più astuti e determinati esponenti del regime.

Una fama che lo aveva accompagnato sin da quando umile venditore di ghiaccio nella città di Tikrit – dov’era nato nel 1942 e dove aveva conosciuto Saddam, protagonista con lui della presa del potere da parte del Baath nel 1968 – era stato soprannominato «il roscio cinque quarti», per la capacità di vendere anche un’inesistente quinto quarto delle colonne di ghiaccio destinate ai negozi della zona. Un uomo dalle sette vite: nel 1998, prima che i suoi commilitoni si rendessero conto di quel che stava avvenendo, riuscì a schivare una bomba a mano lanciatagli contro da un integralista sciita filo-iraniano. Il 5 settembre del 2004 il governo iracheno, annunciò che i soldati americani lo avevano finalmente catturato dopo una furiosa sparatoria attorno ad una clinica nei pressi di Tikrit nella quale erano stati uccisi almeno «ottanta suoi sostenitori». Ma si trattava di uno dei suoi tanti sosia.

Izzat Ibrahim al Douri, fedelissimo braccio destro di Saddam e da anni ai vertici dell’esercito iracheno, è considerato uno degli ispiratori della resistenza irachena dopo la caduta di Baghdad e ritenuto in particolare uomo di snodo e di contatto tra il partito Baath, l’esercito, i gruppi speciali dei servizi segreti, le tribù sunnite e gli ambienti religiosi sunniti, ma forse anche sciiti. Secondo i servizi americani l’operazione del regime tendente a riattivare tutti i network per una possibile resistenza creati già negli anni `90, sarebbe stata presa alcune settimane dopo la caduta di Baghdad, quando ancora la città era nel caos, al termine di una riunione tra Saddan Hussein, un emissario di Izzat Ibrahim, l’ex generale Muhammed Yunis al Ahmed dell’ufficio militare del Baath e altri tre consiglieri del presidente.

Al di là della veridicità o meno di questi particolari, di sicuro la resistenza irachena con il suo mix di militanti del Baath, gruppi nazionalisti, organizzazioni di ispirazione religiosa e soprattutto di militanti nei quali si ritrovano insieme tutte queste caratteristiche, porta senza dubbio l’impronta dell’ex vice-presidente iracheno. Izzat Ibrahim, come testimonia la sua villa sul Tigri con in fondo al parco un’area dove organizzava le cerimonie di una setta sufi nella quale avrebbe ricoperto un ruolo centrale, accanto al suo laicismo pubblico coltivava in realtà pratiche religiose vagamente esoteriche.

E proprio i suoi correligionari avrebbero giocato un ruolo non secondario nella sua clandestinità. Del resto già dal 1993 Izzat Ibrahim, per conto di Saddam, aveva sottratto agli americani la carta dell’estremismo religioso sunnita varando una campagna «per il ritorno alla fede» con lauti finanziamenti alle moschee e un allentamento dei divieti contro i gruppi salafiti e wahabiti più radicali. Un’alleanza che dieci anni dopo si sarebbe rilevata micidiale per le truppe di occupazione americane e per i loro alleati.