Iraq, la guerra Usa ai media

Il direttore dell’agenzia Reuters scrive al Congresso: le violenze dei marines contro i giornalisti mirano a impedire che il popolo americano sappia cosa sta succedendo a Baghdad

L’atteggiamento intimidatorio delle truppe statunitensi nei confronti dei giornalisti sta impedendo al popolo americano di sapere quello che succede in questo momento in Iraq. Così la Reuters, l’agenzia di notizie più importante del mondo ha denunciato ieri i continui abusi subiti dai media in una sferzante lettera indirizzata al senatore americano John Warner, presidente della commissione sulle forze armate. Abbandonando per una volta la veste di testimone imparziale e distaccato su cui ha costruito il suo nome, l’agenzia britannica ha usato parole forti per condannare il comportamento dell’esercito americano nei confronti dei giornalisti che cercano di fare il proprio lavoro a Baghdad. Spingendosi oltre, il direttore generale di Reuters ha puntato il dito contro quella che sembra proprio essere una strategia volta a tenere gli elettori americani all’oscuro di quello che viene fatto a loro nome dall’altra parte del mondo. «Limitando l’abilità dei media di coprire indipendentemente ed in maniera completa gli eventi che accadono in Iraq – scrive David Schlesinger – le forze statunitensi stanno ingiustamente impedendo ai loro cittadini di ricevere informazioni (…), distruggendo così quella stessa libertà che gli Stati uniti dicono di voler incoraggiare e che sta costando tanto al paese in termini di vite umane e soldi». La lettera è stata spedita al senatore repubblicano alla vigilia dell’apparizione, in programma per oggi, del ministro della difesa statunitense Donald Rumsfeld davanti alla commissione di cui Warner è presidente. L’intento è, infatti, che il politico faccia da tramite per esprimere la preoccupazione dell’agenzia di notizie, e riferisca al ministro la richiesta di questa di «bilanciare gli interessi legittimi alla sicurezza delle truppe americane con l’ugualmente legittimo diritto dei giornalisti di operare in zone di guerra sotto la protezione delle convenzioni internazionali».

Non è la prima volta che Reuters cerca di mettersi in contatto con il Pentagono per discutere questi temi, ma, fino ad ora, i tentativi sono sempre andati a vuoto. «Siamo estremamente frustrati dall’atteggiamento del Pentagono», dice al manifesto Susan Allsopp, portavoce del direttore generale di Reuters. «Da anni cerchiamo di instaurare un dialogo senza risultati e intanto la situazione sul terreno sta diventando sempre più problematica». Almeno 66 giornalisti, di cui la maggior parte iracheni, sono stati uccisi dall’inizio della guerra nel marzo 2003. Tre di questi lavoravano per Reuters. L’ultimo a pagare con la vita per garantire al mondo il diritto all’informazione è stato Waleed Khaled, ucciso a fine agosto da un cecchino americano a Baghdad. L’agenzia è convinta che anche un quarto dei suoi giornalisti sia caduto sotto il fuoco americano in uno scontro avvenuto a Ramadi lo scorso anno.

Ma l’esercito americano non vuole ammetterlo e, comunque, sostiene che i suoi uomini hanno sempre sparato in condizioni tali da giustificare la legittima difesa (contro giornalisti armati di telecamere e microfoni). Nella sua lettera, Schlesinger denuncia anche il rifiuto delle autorità militari di aprire delle indagini indipendenti sulle uccisioni dei giornalisti, accontentandosi invece di affidare il giudizio ad ufficiali appartenenti alle stesse unità responsabili degli incidenti – i quali, strano a dirsi, hanno giudicato innocenti tutti i soldati coinvolti.

Oltre che per quelli uccisi, Reuters è preoccupata anche per la sorte di tre suoi collaboratori che sono stati fatti prigionieri senza apparente motivo e si crede siano detenuti dalle forze americane ad Abu Ghraib o a Camp Bucca. «La situazione sta precipitando senza controllo – conclude Schlesinger – sembra che l’esercito US in Iraq non riesca a comprendere il ruolo dei giornalisti oppure che non sappia come trattarli, o forse entrambe le cose».